Consiglio Puglia: in commissione modifiche a Ddl Xylella
Interventi anche su Consorzi, audizioni su Gal e virus Tristeza
(ANSA) - BARI, 04 SET - La Regione Puglia sta adeguando le disposizioni regionali per la gestione della batteriosi da Xylella fastidiosa alle norme europee. A tal fine la commissione Agricoltura del Consiglio regionale pugliese ha approvato oggi a maggioranza il disegno di legge contenente l'interpretazione della legge regionale. Il ddl è stato approvato con il voto contrario del Movimento 5 stelle, mentre Forza Italia, Alternativa Popolare e Direzione Italia si sono astenute. Nel confermare la rimozione immediata della pianta risultata infetta e di tutte le piante ospiti nel raggio di 100 metri, a prescindere dal loro stato di salute, con l'interpretazione si è allargato l'abbattimento a tutte le piante che presentano sintomi della possibile infezione o sospettate di essere infette. Quanto all'accesso al fondo di solidarietà nazionale la proposta prevede che si applichi anche alle aziende vivaistiche non agricole, che producono cioè in substrati diversi dal suolo agrario. In Commissione si è poi fatto il punto sul virus Tristeza che colpisce gli agrumi e secondo l'assessore regionale alle Risorse agroalimentari, Leo Di Gioia, "la situazione è sotto controllo". Di Gioia è anche intervenuto sui Gruppi di azione locale spiegando che "la situazione si è sbloccata, tanto che entro il 31 dicembre di questo anno la partita sarà completata, compresi i bandi per le attività". La commissione, presieduta da Donato Pentassuglia (Pd), ha infine approvato a maggioranza, con il voto contrario delle opposizioni, il disegno di legge che contiene le modifiche alla legge regionale in materia di Consorzi di bonifica commissariati, avendo riguardo delle segnalazioni evidenziate dal Ministero della Giustizia per gli aspetti della definizione dell'esposizione debitoria dei Consorzi di bonifica.
Leggi l'articolo: www.ansa.it
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martedì 5 settembre 2017
mercoledì 20 gennaio 2016
Presa Diretta reportage sulla Xylella
Il Caso Xylella - Presa Diretta RAI Tre
Documenti e materiali usati nel reportage di Presa Diretta - RAI Tre (Puntata del 17/01/2016) pubblicato su:
www.facebook.com/PresaDiretta.Rai
Istituzioni Unione Europea Direttiva 29/2000
http://eurlex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do…www.facebook.com/PresaDiretta.Rai
Istituzioni Unione Europea Direttiva 29/2000
Prima decisione Unione Europea 13 febbraio 2014
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/…
Seconda Decisione Unione Europea 23 luglio 2014
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/…
Terza Decisione Unione Europea 18 maggio 2015
http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/…
UE Domande e risposte sulla Xylella fastidiosa
http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-15-5346_it.htm
Mappa diffusione epidemia
http://ec.europa.eu/…/ph_biosec_leg_emergency-map_xylella-f…
Cronologia azioni europee
http://ec.europa.eu/…/ph_biosec_leg_emergency-timeline-of-e…
Ispezioni europee in Salento
http://ec.europa.eu/food/fvo/act_getPDF.cfm?PDF_ID=11108
http://ec.europa.eu/food/fvo/act_getPDF.cfm?PDF_ID=11540
http://ec.europa.eu/food/fvo/act_getPDF.cfm?PDF_ID=11928
Misure di contrasto alla xylella fastidiosa in Italia stato di attuazione Ministero Politiche Agricole
https://www.politicheagricole.it/…/9%252F4%252Fd%252FD.1e84…
Sito istituzionale dell’emergenza xylella con numerosi documenti scientifici, amministrativi e la mappatura dei campionamenti
http://www.emergenzaxylella.it/…/portale_gestione_agricoltu…
Pareri scientifici sulla Xylella La fattibilità dell’eradicazione della xylella in Salento è bassa.
Parere Efsa (Autorità Europea sulla Sicurezza Alimentare):
http://www.efsa.europa.eu/…/s…/files/main_documents/3989.pdf
Articoli del Prof. Pietro Perrino sulla xylella e impoverimento dei terreni: http://www.ilfoglietto.it/…/4037-xylella-29-motivi-per-dire… http://www.ilfoglietto.it/…/3996-xylella-lestirpazione-dell… http://www.ilfoglietto.it/…/3875-caso-xylella-lintervento-d… http://www.ilfoglietto.it/…/4083-xylella-le-vere-cause-del-…
Elementi giuridici e scientifici che contestano il Piano emergenziale di Giuseppe Silletti: Documento del Gruppo Lair& del Prof Luigi De Bellis
http://www.torchiarolo.gov.it/index.php… Ricerca di Rodrigo Krugner sull’assenza della prova di patogenicità della xylella californiana diversa dalla specie salentina:
http://apsjournals.apsnet.org/…/…/10.1094/PDIS-01-14-0014-RE Xylella non è causa primaria disseccamento rapido dell’olivo: Prof. Giovanni Paolo Martelli (Virologo Università di Bari) articolo 30 ottobre 2013
http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=1510 Il disseccamento rapido dell’olivo stato delle conoscenze: Prof. Giovanni Paolo Martelli.
http://saperefood.it/…/Relazione-Prof-Martelli-su-Xylella.p… Infettività e trasmissione della xylella fastidiosa attraverso la “Cicala Sputacchina”:
Donato Boscia
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25195417 Sequenziamento del genoma Xylella fastidiosa ceppo CODIRO:
Donato Boscia
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25195417 Articoli del gruppo di lavoro del Prof. Martelli e Donato Boscia in Journal of Plant Pathology:
http://sipav.org/main/jpp/index.php/jpp/search/results L’impatto di Xylella fastidiosa è o può essere, oltre che economico, sociale e anche ambientale:
Giuseppe Surico
http://www.scienzainrete.it/…/xylella-fastidios…/maggio-2015 Si può ipotizzare che il batterio era già presente in Salento senza provocare sintomi nelle piante?
Antonia CARLUCCI, Francesco LOPS, Guido MARCHI, Laura MUGNAI and Giuseppe SURICO:
http://www.fupress.net/index.php/pm/article/view/13623/13044
Contro Xylella su olivo le buone pratiche agronomiche: Cristos Xyloiannis
http://www.informatoreagrario.it/bdo/BDO_popupAbstract.asp… Sito università di Berkeley sulla xylella:
https://nature.berkeley.edu/xylella/ Rivista “Nature” sulla xylella:
http://www.nature.com/…/italian-scientists-vilified-in-wake… Risorse Giornalistiche
Intervista Procuratore Elsa valeria Mignone:
http://www.famigliacristiana.it/…/xylella-il-pm-mignone-non… Rapporto AgroMafie 2015 – Capitolo Xylella:
http://www.eurispes.eu/…/agromafie-rapporto-crimini-agroali… Editoriale Paolo Mieli:
http://www.corriere.it/…/paese-che-odia-scienza-ae2419ca-b8… Intervista Erri De Luca:
http://ricerca.repubblica.it/…/de-luca-xylella-e-ora-il-gas… Inchiesta Marilù Mastrogiovanni:
http://xylellareport.it/ Comitati e Associazioni
http://ilpopolodegliulivi.altervista.org/d…/dossier-xylella/
http://spazipopolari.blogspot.it/ Importanza economica olivo in Puglia Ricerca Confagricoltura
http://www.confagricolturapuglia.it/area-dow…/…/3-documenti… Analisi di contesto PSR (Programma di Sviluppo Rurale) Regione Puglia Produzione olearia:
http://svilupporurale.regione.puglia.it/…/PSR_PORTALE.DYN_D…
mercoledì 29 aprile 2015
Oria, gli ulivi ammalati passano da 6 a 40. Ma l’Ue ordina di abbattere anche quelli vicini
Rassegna stampa "Emergenza Xylella"
Oria, gli ulivi ammalati passano da 6 a 40. Ma l’Ue ordina di abbattere anche quelli vicini
www.lostrillonenews.it
Oria, gli ulivi ammalati passano da 6 a 40. Ma l’Ue ordina di abbattere anche quelli vicini
www.lostrillonenews.it
martedì 31 marzo 2015
Ulivi: Xylella, Andriukaitis a breve in Salento
Rassegna stampa "Emergenza Xylella"
Ulivi: Xylella, Andriukaitis a breve in Salento
( www.euractiv.it )
Ulivi: Xylella, Andriukaitis a breve in Salento
( www.euractiv.it )
domenica 2 marzo 2014
Puglia e Basilicata fra le più povere nell'Unione europea
Bruxelles, 2 mar. 2014 ( La gazzetta del mezzogiorno ) - Bolzano resta la più ricca d’Italia, ma scivola all’ultimo posto della top 20 delle regioni europee con il pil pro capite più alto nel 2011, dove da anni il primato è detenuto da Londra. La Campania si conferma invece la più povera della Penisola e, sempre insieme a Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata, fa parte delle regioni più svantaggiate d’Europa, dove la maglia nera continua comunque a essere di Bulgaria e Romania.
È la fotografia, piuttosto stabile nel tempo, che emerge dagli ultimi dati Eurostat. Questi, però, sul medio periodo, con l’arrivo della crisi, evidenziano sia a livello italiano che europeo una tendenza all’aumento della povertà. Posto uguale al 100% il pil procapite medio Ue espresso in termini di potere d’acquisto (Spa), se il numero di regioni più benestanti con un pil superiore al 125% sono tendenzialmente rimaste stabili nel tempo (circa 41 dalla seconda metà degli anni 2000), quelle più in difficoltà, cioè con un pil inferiore al 75%, sono invece aumentate progressivamente, passando dalle 65 del 2009 a 68 nel 2010 sino a 75 nel 2011.
La stessa Italia ha visto crescere da 4 a 5 il numero delle sue regioni sotto il 75%: a Campania, Calabria (che nel tempo si sono contese la «maglia nera» italiana), Sicilia e Puglia, si è aggiunta nel 2010 la Basilicata. E sempre nel 2010 è sceso da 4 a 3 il numero di quelle più ricche (ovvero sopra il 125%): Bolzano, Lombardia e Val d’Aosta hanno perso l’Emilia-Romagna.
Bolzano, invece, ha scalato le classifiche e, dopo aver staccato la Lombardia nel 2008, è entrata nel 2009 al 19esimo posto delle 20 aree più ricche d’Europa. Posizione mantenuta per due anni e persa nel 2011 a favore di Salisburgo; un sorpasso che ha fatto scivolare la città-provincia alla 20esima posizione (pil al 147%). Nel 2011 Lombardia e Val d’Aosta si sono assestate al 132%, l’Emilia al 125% e Trento al 122%.
Al Sud, dove il pil pro capite continua a restare in media quasi la metà di quello delle regioni del Nord Ovest ed Est (rispettivamente 67% contro 124% e 122%), nel 2011 la Campania registra 63%, la Calabria il 64%, la Sicilia il 65%, la Puglia il 67% e la Basilicata il 71%.
L'impatto della crisi si vede anche sulle zone più ricche d’Europa: la stessa area di Londra, da sempre al top della classifica, ha visto scendere il suo pil dal 343% del 2008 al 321% del 2011, mentre Lussemburgo, al secondo posto, è passata dal 279% al 266%. La regione di Bruxelles capitale, invece, è rimasta stabile in terza posizione oscillando intorno al 222% (2011).
È la fotografia, piuttosto stabile nel tempo, che emerge dagli ultimi dati Eurostat. Questi, però, sul medio periodo, con l’arrivo della crisi, evidenziano sia a livello italiano che europeo una tendenza all’aumento della povertà. Posto uguale al 100% il pil procapite medio Ue espresso in termini di potere d’acquisto (Spa), se il numero di regioni più benestanti con un pil superiore al 125% sono tendenzialmente rimaste stabili nel tempo (circa 41 dalla seconda metà degli anni 2000), quelle più in difficoltà, cioè con un pil inferiore al 75%, sono invece aumentate progressivamente, passando dalle 65 del 2009 a 68 nel 2010 sino a 75 nel 2011.
La stessa Italia ha visto crescere da 4 a 5 il numero delle sue regioni sotto il 75%: a Campania, Calabria (che nel tempo si sono contese la «maglia nera» italiana), Sicilia e Puglia, si è aggiunta nel 2010 la Basilicata. E sempre nel 2010 è sceso da 4 a 3 il numero di quelle più ricche (ovvero sopra il 125%): Bolzano, Lombardia e Val d’Aosta hanno perso l’Emilia-Romagna.
Bolzano, invece, ha scalato le classifiche e, dopo aver staccato la Lombardia nel 2008, è entrata nel 2009 al 19esimo posto delle 20 aree più ricche d’Europa. Posizione mantenuta per due anni e persa nel 2011 a favore di Salisburgo; un sorpasso che ha fatto scivolare la città-provincia alla 20esima posizione (pil al 147%). Nel 2011 Lombardia e Val d’Aosta si sono assestate al 132%, l’Emilia al 125% e Trento al 122%.
Al Sud, dove il pil pro capite continua a restare in media quasi la metà di quello delle regioni del Nord Ovest ed Est (rispettivamente 67% contro 124% e 122%), nel 2011 la Campania registra 63%, la Calabria il 64%, la Sicilia il 65%, la Puglia il 67% e la Basilicata il 71%.
L'impatto della crisi si vede anche sulle zone più ricche d’Europa: la stessa area di Londra, da sempre al top della classifica, ha visto scendere il suo pil dal 343% del 2008 al 321% del 2011, mentre Lussemburgo, al secondo posto, è passata dal 279% al 266%. La regione di Bruxelles capitale, invece, è rimasta stabile in terza posizione oscillando intorno al 222% (2011).
venerdì 5 marzo 2010
Sud Italia più povero di Grecia e Portogallo. Il rilancio con una No tax area?
L’Italia del Pil pro capite è spaccata in tre: Nord oltre i 30.000 euro, Centro sopra i 28.000 euro, Sud e Isole a circa 17.000 euro. Detto altrimenti, un italiano residente al Nord in media può godere di una ricchezza quasi doppia (pari a quella di un austriaco o di un olandese) rispetto a quella di un cittadino medio residente al Sud (ricco quanto un estone o uno slovacco) e di poco inferiore a un italiano residente nel Centro Italia (ricco come un tedesco o un francese).
Questo dicono i dati dell’ultima elaborazione Eurostat sul Pil pro capite in Europa, area Euro (16 paesi) e Europa a 27: il nostro Sud (Pil pro capite 17.100 euro, aggiustato con il Pps) e le Isole (17.200) sono più poveri in media rispetto a paesi dell’Europa Mediterranea come Portogallo (18.800) e Grecia (23.100), ma anche di ex paesi dell’Est, come la Slovenia (22.100), e sullo stesso livello di Slovacchia (16.900) ed Estonia (17.100).
Un’Italia a tre marce quella dipinta dalle statistiche Eurostat, pubblicate a febbraio 2010 e relative alla situazione di tre anni fa. Un periodo pre crisi e oggi le dinamiche, senza dubbio, sono cambiate; probabilmente verso il peggio (in attesa della prossima elaborazione degli uffici statistici di Bruxelles) considerando il notevole rallentamento registrato in Europa nel 2009.
E allora, quali soluzioni per rilanciare il Sud, che produce appena il 24% del Pil nazionale, proprio come sessantanni fa? Oltre ai (soliti) aiuti di stato, c’è una proposta interessante e ”ultra” liberista: la creazione di una “No tax area”, come ha scritto Oscar Giannino. Ecco un passo dell’articolo (pubblicato su Chicagoblog):
“Se vogliamo davvero che il Sud aiuti il Sud , dobbiamo puntare a che si rafforzi l’imprenditorialità vera, non al moltiplicarsi di iniziative mordi - e - fuggi per incamerare qualche sussidio e chiudere poi rapidamente porte e capannoni (…) La politica, in altre parole, dovrebbe capovolgere lo schema sin qui seguito. Se intende lasciare il più possibile delle risorse nelle mani di imprenditori sani e veri, senza mediazioni e patronaggi, al contempo tenendo sempre a mente il vincolo di finanza pubblica, allora dovrebbe considerare seriamente e una proposta che ha quasi del rivoluzionario, nella storia italiana. Una vera NO TAX AREA per il Sud”.
E ancora nel passo successivo:
“Il fisco per lo sviluppo non passa solo per la – risibile, dal mio punto di vista iperminoritario di questi tempi – lotta ai paradisi fiscali, ma anche per assicurare alla parte meno sviluppata dell’Italia qualcosa di analogo a ciò che ha comportato il meno fisco per l’Irlanda”.
E se fosse questa la strada da seguire per il rilancio il Mezzogiorno e farne uno dei punti più attrattivi per gli investimenti nel Mediterraneo? Una proposta che non dovrebbe rimanere sui giornali e che andrebbe presa sul serio, senza dimenticare che è ancora la criminalità organizzata uno dei maggiori ostacoli da abbattere per lo sviluppo delle regioni meridionali.
Fonte www.blog.panorama.it
Questo dicono i dati dell’ultima elaborazione Eurostat sul Pil pro capite in Europa, area Euro (16 paesi) e Europa a 27: il nostro Sud (Pil pro capite 17.100 euro, aggiustato con il Pps) e le Isole (17.200) sono più poveri in media rispetto a paesi dell’Europa Mediterranea come Portogallo (18.800) e Grecia (23.100), ma anche di ex paesi dell’Est, come la Slovenia (22.100), e sullo stesso livello di Slovacchia (16.900) ed Estonia (17.100).
Un’Italia a tre marce quella dipinta dalle statistiche Eurostat, pubblicate a febbraio 2010 e relative alla situazione di tre anni fa. Un periodo pre crisi e oggi le dinamiche, senza dubbio, sono cambiate; probabilmente verso il peggio (in attesa della prossima elaborazione degli uffici statistici di Bruxelles) considerando il notevole rallentamento registrato in Europa nel 2009.
E allora, quali soluzioni per rilanciare il Sud, che produce appena il 24% del Pil nazionale, proprio come sessantanni fa? Oltre ai (soliti) aiuti di stato, c’è una proposta interessante e ”ultra” liberista: la creazione di una “No tax area”, come ha scritto Oscar Giannino. Ecco un passo dell’articolo (pubblicato su Chicagoblog):
“Se vogliamo davvero che il Sud aiuti il Sud , dobbiamo puntare a che si rafforzi l’imprenditorialità vera, non al moltiplicarsi di iniziative mordi - e - fuggi per incamerare qualche sussidio e chiudere poi rapidamente porte e capannoni (…) La politica, in altre parole, dovrebbe capovolgere lo schema sin qui seguito. Se intende lasciare il più possibile delle risorse nelle mani di imprenditori sani e veri, senza mediazioni e patronaggi, al contempo tenendo sempre a mente il vincolo di finanza pubblica, allora dovrebbe considerare seriamente e una proposta che ha quasi del rivoluzionario, nella storia italiana. Una vera NO TAX AREA per il Sud”.
E ancora nel passo successivo:
“Il fisco per lo sviluppo non passa solo per la – risibile, dal mio punto di vista iperminoritario di questi tempi – lotta ai paradisi fiscali, ma anche per assicurare alla parte meno sviluppata dell’Italia qualcosa di analogo a ciò che ha comportato il meno fisco per l’Irlanda”.
E se fosse questa la strada da seguire per il rilancio il Mezzogiorno e farne uno dei punti più attrattivi per gli investimenti nel Mediterraneo? Una proposta che non dovrebbe rimanere sui giornali e che andrebbe presa sul serio, senza dimenticare che è ancora la criminalità organizzata uno dei maggiori ostacoli da abbattere per lo sviluppo delle regioni meridionali.
Fonte www.blog.panorama.it
domenica 20 dicembre 2009
Agricoltori sempre più poveri
In un anno reddito giù del 25%
di Antonio Castro
I nuovi poveri parlano il dialetto, vivono all’aria aperta e mangiano, spesso, ciò che producono. Non è l’identikit di un neo fricchettone amante della vita bucolica la radiografia asettica che fa Eurostat dei lavoratori agricoli (una volta si sarebbero detto contadini, senza vergogna e senza imbarazzo). La summa è questa: i contadini italiani nell’ultimo anno hanno perso il 25% del proprio reddito. E gli altri in Europa non stanno meglio. Secondo l’Istituto di statistica europeo, infatti, sono calati nettamente i redditi degli agricoltori dell’Unione europea. Nel 2009 la diminuzione nell’Ue a 27 è stata del 12,2% (dopo il calo del 2,5% nel 2008), ossia circa la metà di quella italiana, pari al -25,3% . Il calo, dovuto ad una importante diminuzione dei prezzi alla produzione, ha colpito 22 paesi dell’Ue, mentre in cinque Stati membri c'è stato un aumento.
Il calo più netto è stato quello dell’Ungheria (-35,6%), seguito da quello dell’Italia (-25,3%), dal Lussemburgo (-25,1%), della Repubblica ceca (-24,1%), dell’Irlanda (-22,3%), della Germania (-21,0%), dell’Austria (-20,4%) e della Francia (-19,8%). Gli aumenti più importanti sono stati quelli della Gran Bretagna (+14,3%), di Malta (+9,1%) e della Finlandia (+2,6%).
Quello che a Bruxelles i tecnici di statistica non dicono è il peso rispetto al Prodotto interno lordo che l’agricoltura ha nei singoli Paesi. È facile intuire - e non serve un master in analisi statistica - che il peso dell’agricoltura nel nostro Paese è di gran lunga più consistente che in Finlandia o a Malta. E quindi un calo dei redditi del 25% per gli agricoltori italiani è ben più grave che per quelli maltesi. Scorrendo la statistica si scopre che peggio di noi nel Vecchio Continente ci sono solo gli ungheresi, che però hanno la scusa di aver soggiornato per qualche decennio nell’ex blocco socialista.
Nel 2009, sottolinea ancora l’ufficio di statistica , «il valore della produzione agricola (prezzi alla produzione) dovrebbero diminuire nell’Unione europea del 10,9 per cento. La più forte riduzione dei prezzi è quella che riguarda i cereali (-27,5 per cento) seguita dal florovivaismo (-15,6 per cento), dall’olio d’oliva (-14,7%) e dalla frutta (-12,3%). Quanto al comparto dell’allevamento, le più significative diminuzioni dei prezzi sono quelle che riguardano il latte (-20,3 per cento), i suini (-4,2 per cento) e i bovini (-1,8 per cento).
Non si salva nessuno. Tutti i comparti produttivi tradizionali dell’Italia agricola devono incassare un calo dei prezzi. E non che nei mercati o supermercati i consumatori traggano beneficio da questa contrazione. Come dimostra la recente indagine della magistratura sui rincari della pasta e sul crollo del prezzo del grano duro, tra materia prima (che perde valore) e prodotti trasformati (che costano sempre di più) a rimetterci sono soprattutto gli agricoltori e i cittadini. “È il libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta”, sostengono i paladini del liberismo. Ma non è proprio così. L’Italia contadina è composta di migliaia di piccole e medie aziende. I grandi latifondi, grazie a Dio, non esistono più. Pochi ettari per famiglia mandati avanti a colpi di fatica, sudore e sacrifici. Il ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, che la terra la conosce bene, parla di «estrema frammentazione del patrimonio agricolo». E poi corre come la Croce Rossa tra un’emergenza e l’altra: dalla mozzarella al Brunello taroccato.
La promozione del made in Italy agroalimentare è diventata una bandiera dell’italian style. Eppure i nostri agricoltori riescono a malapena - salvo rare eccezioni - a mettere insieme il pranzo con la cena. Poi è un bel parlare di “dieta mediterranea”, prodotti salutari e compagnia cantante. Il problema è che il milione di imprese agricole italiane - e su questo Confagricoltura, Coldiretti e Cia una volta tanto concordano - fanno fatica a tirare la fine del mese. Più o meno come le famiglie degli operai nelle metropoli. Senza contare gli adempimenti burocratici quasi quotidiani che rubano ore di lavoro sul trattore e costano miliardi di euro l’anno tra bolli e adempimenti fiscali. Se è vero che i giovani devono tornare alla vita dei campi, è anche giusto potergli offrire un salario dignitoso. Magari un po’ oltre la fascia di povertà delle statistiche.
Antonio Castro
Fonte www.libero-news.it
di Antonio Castro
I nuovi poveri parlano il dialetto, vivono all’aria aperta e mangiano, spesso, ciò che producono. Non è l’identikit di un neo fricchettone amante della vita bucolica la radiografia asettica che fa Eurostat dei lavoratori agricoli (una volta si sarebbero detto contadini, senza vergogna e senza imbarazzo). La summa è questa: i contadini italiani nell’ultimo anno hanno perso il 25% del proprio reddito. E gli altri in Europa non stanno meglio. Secondo l’Istituto di statistica europeo, infatti, sono calati nettamente i redditi degli agricoltori dell’Unione europea. Nel 2009 la diminuzione nell’Ue a 27 è stata del 12,2% (dopo il calo del 2,5% nel 2008), ossia circa la metà di quella italiana, pari al -25,3% . Il calo, dovuto ad una importante diminuzione dei prezzi alla produzione, ha colpito 22 paesi dell’Ue, mentre in cinque Stati membri c'è stato un aumento.
Il calo più netto è stato quello dell’Ungheria (-35,6%), seguito da quello dell’Italia (-25,3%), dal Lussemburgo (-25,1%), della Repubblica ceca (-24,1%), dell’Irlanda (-22,3%), della Germania (-21,0%), dell’Austria (-20,4%) e della Francia (-19,8%). Gli aumenti più importanti sono stati quelli della Gran Bretagna (+14,3%), di Malta (+9,1%) e della Finlandia (+2,6%).
Quello che a Bruxelles i tecnici di statistica non dicono è il peso rispetto al Prodotto interno lordo che l’agricoltura ha nei singoli Paesi. È facile intuire - e non serve un master in analisi statistica - che il peso dell’agricoltura nel nostro Paese è di gran lunga più consistente che in Finlandia o a Malta. E quindi un calo dei redditi del 25% per gli agricoltori italiani è ben più grave che per quelli maltesi. Scorrendo la statistica si scopre che peggio di noi nel Vecchio Continente ci sono solo gli ungheresi, che però hanno la scusa di aver soggiornato per qualche decennio nell’ex blocco socialista.
Nel 2009, sottolinea ancora l’ufficio di statistica , «il valore della produzione agricola (prezzi alla produzione) dovrebbero diminuire nell’Unione europea del 10,9 per cento. La più forte riduzione dei prezzi è quella che riguarda i cereali (-27,5 per cento) seguita dal florovivaismo (-15,6 per cento), dall’olio d’oliva (-14,7%) e dalla frutta (-12,3%). Quanto al comparto dell’allevamento, le più significative diminuzioni dei prezzi sono quelle che riguardano il latte (-20,3 per cento), i suini (-4,2 per cento) e i bovini (-1,8 per cento).
Non si salva nessuno. Tutti i comparti produttivi tradizionali dell’Italia agricola devono incassare un calo dei prezzi. E non che nei mercati o supermercati i consumatori traggano beneficio da questa contrazione. Come dimostra la recente indagine della magistratura sui rincari della pasta e sul crollo del prezzo del grano duro, tra materia prima (che perde valore) e prodotti trasformati (che costano sempre di più) a rimetterci sono soprattutto gli agricoltori e i cittadini. “È il libero mercato, la legge della domanda e dell’offerta”, sostengono i paladini del liberismo. Ma non è proprio così. L’Italia contadina è composta di migliaia di piccole e medie aziende. I grandi latifondi, grazie a Dio, non esistono più. Pochi ettari per famiglia mandati avanti a colpi di fatica, sudore e sacrifici. Il ministro delle Politiche Agricole, Luca Zaia, che la terra la conosce bene, parla di «estrema frammentazione del patrimonio agricolo». E poi corre come la Croce Rossa tra un’emergenza e l’altra: dalla mozzarella al Brunello taroccato.
La promozione del made in Italy agroalimentare è diventata una bandiera dell’italian style. Eppure i nostri agricoltori riescono a malapena - salvo rare eccezioni - a mettere insieme il pranzo con la cena. Poi è un bel parlare di “dieta mediterranea”, prodotti salutari e compagnia cantante. Il problema è che il milione di imprese agricole italiane - e su questo Confagricoltura, Coldiretti e Cia una volta tanto concordano - fanno fatica a tirare la fine del mese. Più o meno come le famiglie degli operai nelle metropoli. Senza contare gli adempimenti burocratici quasi quotidiani che rubano ore di lavoro sul trattore e costano miliardi di euro l’anno tra bolli e adempimenti fiscali. Se è vero che i giovani devono tornare alla vita dei campi, è anche giusto potergli offrire un salario dignitoso. Magari un po’ oltre la fascia di povertà delle statistiche.
Antonio Castro
Fonte www.libero-news.it
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