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lunedì 14 marzo 2011

Risorgimento anticattolico


Angela Pellicciari, Risorgimento anticattolico. La persecuzione della Chiesa nelle memorie di Giacomo Margotti, Ed. Fede & Cultura, 2010

Sacerdoti picchiati e imprigionati, ordini religiosi soppressi, giornali cattolici sequestrati, pubblicazione vietata delle encicliche pontificie, più di cento vescovi lasciati senza exequatur: sono solo alcuni degli atti cruenti di una guerra alla Chiesa, e alla popolazione italiana compattamente cattolica, dichiarata dal liberalismo massonico, che nell'epoca risorgimentale ebbe di mira non solo la sottrazione al Papa dello Stato della Chiesa, ma la stessa fine del cattolicesimo. Attraverso il recupero di un libro divenuto oggi introvabile "le Memorie per la storia dei nostri tempi di Giacomo Margotti" riemerge dall'oblio il resoconto di un fenomeno messo a tacere dalla storiografia, compresa quella cattolica.

domenica 13 febbraio 2011

L’unità d’Italia e la questione meridionale

Intervento di Mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sul tema “L’unità d’Italia e la questione meridionale: il Magistero della Chiesa e il compito dei cristiani” - Conegliano (TV), Venerdì 11 Febbraio


La questione meridionale [1] accompagna la storia d’Italia dall’unità fino ad oggi; anzi, la questione meridionale nasce, in qualche modo, con l’unità d’Italia. Detta in modo così perentorio, l’affermazione si presta a fraintendimento; essa vuole, però, mettere in evidenza il carattere contestuale della questione stessa, senza che l’unità debba, per questo, considerarsi la causa che l’ha generata. La condizione economica e sociale del Mezzogiorno d’Italia non cambia per effetto di un suo repentino impoverimento al compiersi dell’unità del nuovo Stato, ma per la profonda modificazione dei rapporti nell’economia e nella società meridionali prodotti dall’incontro con l’economia e la società dell’intera nazione. L’equilibrio precario, che si poteva riscontrare nel meridione pre-unitario, per tanti versi si rompe con l’avvento dell’unità. Venuta meno la protezione assicurata dai confini del Regno borbonico, la condizione sociale del meridione si presenta in tutta la sua fragilità, ancora più vistosa rispetto alle dinamiche maggiormente avanzate delle altre parti d’Italia, con le quali fa fatica a reggere il confronto. La storia dell’Italia unita è anche la storia dei tentativi messi in opera per superare lo scarto e portare anche il sud a correre con lo stesso passo delle altre parti del Paese. Il fatto che ancora oggi tale traguardo sia dinanzi a noi, non raggiunto, colora il panorama dell’Italia di una tonalità di luce tutt’altro che brillante; ma colora ancora più tristemente il quadro in cui, complessivamente e non senza sue responsabilità, il Sud si vede inscritto e rappresentato.


La questione meridionale nella storia dell’Italia unita

La fine del Regno di Napoli (creato nel 1302 e così denominato ufficialmente nel 1500), per un breve periodo unificato con difficoltà al Regno di Sicilia nel Regno delle Due Sicilie (1816-1860), si consuma con l’Unità, determinando una sorta di frontiera interna all’Italia, una frontiera da superare perché è una linea che divide, anche se nello stesso tempo necessariamente unisce.

A tutt’oggi nessuna delle regioni meridionali supera nessuna delle regioni del centro o del settentrione nel reddito pro capite. Nessun altro paese avanzato mostra una tale spaccatura, con un blocco “arretrato” così consistente, compatto e persistente [2]. Questa frontiera interna assume, a partire dal decennio successivo all’unificazione, il nome di “questione meridionale”, che rapidamente si impone rispetto a quello, utilizzato da uno dei primi e più autorevoli “meridionalisti”, Pasquale Villari[3], di “questione napoletana”. Nel pensiero e nell’azione di questi intellettuali la “questione meridionale” rappresenta – lo si legge nel titolo stesso del volume di Villari – uno dei punti, forse quello di maggiore rilievo in Italia, della “questione sociale” che attraversa tutta l’Europa della fine del XIX secolo. Salvatore Francesco Romano[4] certifica come autore di questa locuzione il deputato radicale lombardo Antonio Bilia, che alla Camera interviene il 5 maggio 1873 a proposito delle iniziative del ministero Lanza-Sella.

Il brigantaggio era finito da poco ed era stata la prima esperienza della difficoltà di misurarsi con la realtà dell’ex Regno [5]. La commissione d’inchiesta sul brigantaggio è esplicita nella denuncia di un problema strutturale: «le prime cause del brigantaggio, recita un passo molto citato della relazione curata dall’on. Massari e letta il 3 maggio 1863, sono le cause predisponenti. E prima fra tutte la condizione sociale, lo stato economico del campagnuolo, che in quelle province è assai infelice». La fine del brigantaggio, che, quantomeno nella sua fase iniziale (il cosiddetto “grande brigantaggio”), aveva anche delle motivazioni politiche, legittimiste e secessioniste, non chiude, ma apre la “questione meridionale”, appunto come frontiera interna. Il dibattito parlamentare sopra richiamato verteva sul primo, importante investimento in infrastrutture al sud, l’arsenale di Taranto, di cui si comincia a parlare dal 1865. Il progetto viene abbandonato, per motivi di bilancio, nel 1873 e non sarà approvato con una legge che nel 1882. Si esaurisce così, proprio all’inizio degli anni Settanta, la prima classe dirigente politica meridionale, quella legata alla Destra Storica, e rappresentata dagli ex-esuli ed ex-oppositori del regime borbonico, che erano rientrati nel 1860, governando dall’alto un progetto di modernizzazione che condividevano con il governo centrale, al quale erano chiamati in posti anche rilevanti.

Questi scontano, però, l’assenza di legami con una società meridionale, che, dopo la crisi post-unitaria, comincia a organizzarsi. Non si riesce, innanzi tutto certo per motivi di bilancio, ma anche di impostazione culturale e politica, a mettere mano a politiche di modernizzazione efficaci e differenziate, in particolare in agricoltura. L’applicazione delle politiche di unificazione legislativa non le innesca. Si pensi all’incameramento dei beni ecclesiastici e alla soppressione degli ordini religiosi, che si risolve, come scrisse Gaetano Salvemini, in una sorta di tassa di guerra del sud all’Italia unita. Forti capitali liquidi passano verso le casse dello Stato e poi sono investiti in gran parte al centro-nord o in pagamento dei beni dell’antico asse ecclesiastico o comunque trasferiti e investiti altrove dalle banche e dalle casse postali.

La crisi di questo assetto porta all’emergere di un ceto politico nuovo, privo però di solide basi. La coscienza dell’inferiorità economica e della sottorappresentazione politica genera una coalizione di scontenti, che vince le elezioni del 1874 e del 1876. Ne fanno parte anche elementi e interessi del cosiddetto “vecchio regime”, mediati da un nuovo strato di borghesia. Questa vittoria del 1874 sotto le bandiere della cosiddetta Sinistra giovane cambia il quadro parlamentare ed è una delle condizioni perché si realizzi il cambio di maggioranza del 1876, poi confermato dalle elezioni dello stesso anno. Va al potere la sinistra (e non lo lascerà più fino alla guerra mondiale) e la deputazione meridionale rappresenta il nerbo della nuova maggioranza: questa nuova-vecchia classe politica meridionale entra a far parte del blocco di potere nazionale che gestirà l’Italia liberale.

Il tornante degli anni Settanta è dunque cruciale: si formalizza la questione meridionale e nello stesso tempo partecipa stabilmente al governo la rappresentanza politica dello stesso meridione, che in prospettiva non ha interesse a cambiare il quadro, a innescare quelle politiche di intervento che i meridionalisti cominciavano a invocare e mettere a punto.

Il meridionalismo nasce dallo sconcerto per il fatto che al riscatto e all’unificazione della patria non corrisponda un’uguale unificazione economica. Nella prima fase (1861-1887) si addebitano i mali del sud al passato, ai residui del “barbaro” sistema feudale, agli effetti del passato malgoverno, in particolare borbonico. Ma nel contempo la critica si viene focalizzando anche sull’Italia nuova, che non sa risolvere i vecchi problemi o che ne crea altri. Si afferma così lo schema dualistico, sulla frontiera dell’ex regno. La questione meridionale, come ogni grande tema politico, ha due facce, l’una riguardante la realtà, l’altra la rappresentazione.

Si tratta in primo luogo di conoscere la situazione. Il dibattito condotto su riviste come la «Rassegna settimanale», o più tardi la «Riforma sociale», le brillanti inchieste private di intellettuali e politici liberali e moderati, ma radicali nell’affrontare i problemi sociali, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, quelle parlamentari coordinate da Romualdo Bonfadini, da Stefano Jacini, da Claudio Faina, sull’agricoltura e sui contadini nelle regioni meridionali e in Sicilia, le statistiche ministeriali: dopo le prime denunce dello squilibrio si cominciano ad articolare i termini della questione, che permettono di “scoprire” il meridione. Giustino Fortunato contraddice definitivamente il mito della presunta feracità naturale del sud, e mostra i vincoli che ritardavano il suo sviluppo

Sonnino demistifica l’idea liberista che riconduce agli automatismi del mercato ogni prospettiva di miglioramento della condizione delle plebi. Riconduce il problema della mancanza di una classe media al nocciolo duro dell’oppressione di classe attorno alla quale prosperava il ceto dirigente locale. Ne risulta la necessità dell’intervento dello Stato per la tutela delle classi inferiori, come garanzia delle stesse basi dell’ordine civile: il suffragio universale avrebbe permesso di rafforzare le istituzioni attraverso un blocco tra la proprietà riformata e i contadini. Conclude Pasquale Villari: «senza liberare gli oppressi, non aumenterà fra noi il lavoro, non crescerà la produzione, non avremo la forza e la ricchezza necessaria ad una grande nazione».

Il problema irrisolto del meridionalismo, compreso quello dell’età giolittiana, è però quello del soggetto adatto a spezzare il circolo vizioso; anche perché una rapace piccola borghesia che faceva della politica la risorsa per sopravvivere, l’unica disponibile sul mercato, che si afferma nel già ricordato passaggio dei primi anni Settanta, rappresentava anche il nerbo di quello che si definisce il “partito della maggioranza”, cioè la struttura di governo dell’Italia liberale sotto le successive leadership di Depretis, Crispi e Giolitti. Essa non esita a utilizzare la rappresentazione della questione meridionale per sottolineare il proprio ruolo “nazionale” e incassarne i dividendi.

È fuorviante l’equivalenza tra inferiorità economica e dipendenza politica del sud, laddove proprio l’uso del meridionalismo rappresenta l’ideologia e il linguaggio che consente alla classe politica meridionale di parlare al sistema politico nazionale, in sede di contrattazione e compensazione. Infatti un filone di studi sviluppatosi negli anni ’80[6] tende a superare quella che definisce la «costruzione ideologica del meridionalismo» e considerare il sistema politico italiano come una stanza di compensazione di interessi regionali, meridionali e non, scomponendo lo stesso meridione (continentale) in diverse realtà, anche alla luce dei cambiamenti avvenuti nel secondo dopoguerra.

I divari regionali e quello nord-sud, modesti nell’immediato periodo post-unitario, aumentano nettamente nella fase del decollo economico italiano, in cui il tasso di crescita è doppio al centro-nord rispetto al sud. L’età giolittiana vede gli interessi regionali trovare un punto di equilibrio anche grazie all’avvio di politiche territorialmente differenziate: è questa la strada che, al di là del fascismo, sarà seguita in età repubblicana.

Il nuovo secolo si apre con un grande dibattito parlamentare nel dicembre 1901, in cui si afferma una politica di intervento nell’ambito di quello che Luigi Luzzatti definisce un «criterio nazionale». Emerge un nuovo “meridionalismo”, fortemente connotato in termini di rinnovamento politico, in senso autonomistico, in un arco che va da Luigi Sturzo, a Gaetano Salvemini, o in termini economico-produttivisti, nella versione “liberista” di Antonio De Viti De Marco e in quella “statalista” di Francesco Saverio Nitti. Questi gioca un ruolo rilevante come ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio: nel primo decennio del secolo si susseguono le “leggi speciali”, che investono in primo luogo i poli opposti e convergenti del meridione, la città sovrappopolata (legge per Napoli, 1904, dopo una inchiesta sul governo locale e la camorra) e la campagna abbandonata e decadente (legge per la Basilicata, 1903, preceduta da una inchiesta e da un viaggio del presidente del consiglio Giuseppe Zanardelli). Il modello viene seguito in diverse altre occasioni, nonostante le critiche del meridionalismo liberista (e dello stesso Sonnino), che denunciava il rischio di clientelismo e la deresponsabilizzazione della classe dirigente locale. Si realizzano comunque importanti infrastrutture, come l’acquedotto pugliese e la ferrovia “direttissima” Roma-Napoli.

Antonio Gramsci analizza il processo in termini di egemonia e sottolinea gli elementi collanti che al sud tengono ben stabile il sistema politico, individuabili in un “blocco agrario” che lega grandi proprietari e contadini attraverso la mediazione degli intellettuali, termine corrispondente nel linguaggio gramsciano a quella che Salvemini definisce piccola borghesia. Di qui lo schema del blocco agrario-industriale che governa l’Italia unita.

Due linee strategiche emergono prima della Guerra per intervenire sulla questione meridionale, la redistribuzione fondiaria e il riassesto territoriale: interventi strutturali che però non possono che essere garantiti e realizzati dal governo centrale e il primo è troppo costoso in termini di consenso. Durante il fascismo, chiusa l’emigrazione, che rappresenta dalla fine dell’Ottocento un impoverimento sociale e morale significativo, ma anche un contributo cruciale alla stabilità e al controllo politico, oltre che alla bilancia dei pagamenti, i tecnici nittiani divenuti fascisti lavorano alla bonifica integrale. Tuttavia, anche per gli effetti della grande crisi mondiale, nel ventennio fascista, il divario nord-sud aumenta sensibilmente, passando da 26 a 44 punti percentuali. Nel 1951, un meridionale ha un reddito pro capite che è circa il 47 per cento di quello del centro-nord; in Calabria e Basilicata raggiunge appena il 37 per cento; in Campania, la regione più ricca del Mezzogiorno, il reddito medio è il 55 per cento di quello del resto del paese.

Negli anni del boom e del “miracolo” economico italiano il tasso medio annuo di sviluppo del Mezzogiorno è del 5,8 per cento annuo, superiore a quello del Nord è del 4,3. Stime affidabili misurano la riduzione del divario del Pil pro capite, nel 1973, al 66 per cento di quello del Nord. Protagonista di questa stagione è una nuova leva di meridionalismo cattolico, espresso nella DC, asse della governabilità dell’Italia repubblicana, tra cui spicca la figura di Pasquale Saraceno[7]. Le tradizionali istanze per la riforma agraria, la lotta all’analfabetismo, la redenzione delle terre malariche, lo scorporo del latifondo, proprie del meridionalismo classico, sono affiancate da nuove prospettive. L’intervento statale era infatti destinato a diventare uno dei principali strumenti con cui si cercò di porre rimedio al sottosviluppo delle regioni meridionali, un intervento pubblico che avrebbe dovuto caratterizzarsi per una forte accentuazione tecnocratica e regionalistica, e fungere da sostegno e stimolo per una piena industrializzazione del Mezzogiorno.

Due sono i perni della fase di più forte impegno delle politiche meridionalistiche statali, che coincide con la migliore performance della sua economia, agganciata al nuovo dinamismo della più complessiva economia italiana. La riforma agraria del 1950 ridistribuisce 700.000 ettari e favorisce la piccola proprietà per altri 2 milioni di ettari, promuovendo poi un vasto impegno per la bonifica e il riassetto del territorio. Con la Cassa per il Mezzogiorno, istituita lo stesso anno, si realizzano importanti poli industriali e infrastrutture. Lo sviluppo di poli industriali nel meridione riesce in quanto complessivamente l’industria in Italia ricomincia a tirare. D’altra parte il patrimonio industriale resta essenzialmente localizzato al nord. Dunque riparte anche l’emigrazione: nel 1971 il 17% della popolazione dell’Italia centro-settentrionale è di origine meridionale. Non si manifesta nessun fenomeno di segregazione e si realizza un sostanziale riassorbimento anche delle situazioni di maggiore diffidenza nell’arco di una generazione. È anche questo un aspetto non trascurabile della “questione meridionale”, in una fase di sviluppo e di rapida omologazione dello spazio culturale nazionale, grazie in particolare alla scolarizzazione di massa e alla televisione.

È paradossale, ma non inspiegabile alla luce del duplice aspetto della “questione meridionale” come realtà e rappresentazione, che in un momento di passaggio molto significativo la chiave culturalista venga (ri)utilizzata – dopo Turiello e Lombroso, all’inizio del Novecento – nel senso di riproporre la frattura, la frontiera meridionale nei suoi aspetti di “leggenda nera”. Il sociologo americano Banfield[8] conia la categoria del “familismo amorale”, dopo uno studio su un paese lucano, svolto (con la moglie italiana Laura Fasano) nel 1954/’55: è perfettamente funzionale a proiettare la “questione meridionale” in una dimensione metastorica, metapolitica e dunque funzionale al mantenimento, fatalistico e inerte, dello statu quo.

La fase dello sviluppo non va oltre la prima crisi petrolifera, a metà degli anni Settanta del secolo scorso. La logica dei “poli” tuttavia, di per sé forzata, per innescare dinamiche di sviluppo, non è perseguita fino in fondo e si trasforma in interventi a pioggia. La classe politica (ri)assume a pieno titolo un ruolo di mediazione tra centro e periferia, che in parte continua quello tradizionale, in parte (maggiore) è del tutto nuovo. L’attuazione dell’ordinamento regionale non innova nel senso dell’efficienza, e anzi rafforza la classe politica locale e il “partito unico della spesa pubblica”, così come era stato per le regioni a statuto speciale all’indomani della costituzione della Repubblica.

La fine delle politiche produttivistiche ha portato alla crisi industriale del Mezzogiorno, anche se risulta ormai difficile continuare a ragionare in termini monistici (cioè dualistici) di un unico Mezzogiorno, per la molteplicità delle traiettorie regionali e distrettuali, che nel frattempo si dispiegano. Il fatto che quella meridionale sia rimasta un’economia in certa misura basata su flussi finanziari provenienti dall’esterno ha favorito la parte peggiore della società politica, determinando il riemergere dei classici meccanismi del ventennio 1861-1880, a partire da quelli legati alla criminalità organizzata e alla sua capacità di controllo e di mediazione del consenso.

In concreto si tratta di riformulare in termini di responsabilizzazione delle classi politiche locali quel “vincolo unitario” degli investimenti nazionali, che ha caratterizzato gli anni migliori dell’investimento per il sud, espresso anche in termini in senso lato tecnocratici. È, ancora una volta, nella sua ispirazione di fondo, la strada sturziana, quella autonomistica, la strada giusta, non solo in chiave economico-politica, ma anche etico-religiosa, nel senso appunto prima di tutto della soggettività sociale, della sussidiarietà e della responsabilità. Così Luigi Sturzo scriveva nell’immediato secondo dopoguerra: « Venendo al punto cruciale, tre sono le condizioni imprescindibili della rinascita del mezzogiorno e delle isole, senza le quali ogni discettazione riesce inconcludente e vana. Prima su tutte la libertà. […] Siamo su falsa strada: l’Italia si è imbarcata in un sistema ibrido di economia di stato per determinati settori dell'industria e della banca, in collaborazione con l’economia privata che risulta di fatto economia di sfruttamento delle risorse pubbliche. Occorre togliere […] la incrostatura burocratica statale; liquidare le industrie deficitarie che non potranno sostenersi da sole, trasformare le vecchie industrie belliche già decadute in industrie specializzate e rispondenti ai bisogni dell'attrezzatura attuale. Non tutto si può fare in un giorno; ma senza un orientamento ben deciso, si va verso uno sperpero di denari e di energie che si pagherà domani assai caro. L’ingerenza statale nell’industria ha creato una situazione insostenibile che si definisce in due parole: monopolio della grande industria che vive da parassita sulla nazione; paralisi industriale nelle regioni meno favorite dalla centralizzazione economica» [9].

Magistero e Chiesa di fronte alla questione meridionale nella storia dell’Italia unita

La Chiesa in Italia ha sempre, seppure in modi diversi, condiviso le sorti della popolazione nelle varie parti del Paese, fedele alla sua missione pastorale. Nondimeno è vero pure che la ripartizione dell’Italia pre-unitaria in tanti stati rendeva frammentata anche l’organizzazione ecclesiastica, che conosceva tanti episcopati e non ancora un unico episcopato nazionale. Non a caso, le stesse conferenze regionali dei vescovi rimarranno a lungo scarsamente influenti rispetto al senso di appartenenza ad una Chiesa che si percepisce unitaria all’interno di uno spazio geografico, culturale e civile nazionale. Ciò segnala come il processo unitario abbia avuto una sua incidenza sul modo di comprendersi della Chiesa in relazione al territorio e all’Italia, e sul modo di rapportarsi delle sue componenti, a cominciare dagli stessi vescovi delle varie regioni tra di loro. È operante, comunque, un’influenza della tradizione cattolica degli italiani sul senso stesso di italianità e sullo sviluppo del processo di unificazione, di cui è importante rilevare che il senso unitario del cattolicesimo italiano si confermerà e si svilupperà, soprattutto nei primi decenni del nuovo Stato ma poi anche in seguito fino al presente, attorno al rapporto di devozione e di amore al Papa [10].

Questo aiuta a cogliere una distinzione tra il rapporto della Chiesa con il processo di unificazione e con lo Stato unitario, e la sua presenza in mezzo al popolo dei fedeli. Proprio tale intreccio profondo con il territorio e con la sua gente ha fatto della Chiesa un fattore di unità sostanziale della nazione ben prima della sua unificazione statuale e ben oltre le contingenze conflittuali che hanno caratterizzato alcune fasi critiche dei suoi rapporti con il nuovo Stato, comunque insorgenti non per effetto di una ostilità diretta contro l’unità – peraltro contraddetta da quel sentimento di italianità che è stato un tutt’uno con lo spontaneo sentire delle popolazioni e con le espressioni di non poche figure di pensatori cattolici –, quanto piuttosto da una preoccupazione suscitata da, non solo presunte, minacce alla libertà della Chiesa.

La questione meridionale si configura, in tale contesto, come un ambito non secondario in cui si segnala l’apporto significativo della Chiesa al cammino di unificazione della nazione. Ciò risulta vero, innanzitutto, non in proporzione alle prese di posizione del magistero dei vescovi, che verranno in una seconda fase della storia nazionale, ma soprattutto in relazione alla presenza religiosa [11], in prima battuta, e al fermento sociale e culturale suscitato da una molteplicità di iniziative, successivamente. Nasce, poco più di un decennio dopo l’Unità, l’Opera dei Congressi, ma nasce anche una «rete di organismi cattolico-sociali creati nei decenni successivi [soprattutto dopo gli anni Ottanta], profondamente legati alla base parrocchiale cattolica e all’organizzazione ecclesiastica», con l’effetto di «inserimento modernizzante in un orizzonte nazionale di generazioni di contadini, piccoli proprietari agricoli, artigiani, lavoratori delle manifatture rurali, piccoli borghesi delle città» [12].

Difficile dire quanto in questa prima fase fosse avvertita la distanza che si era già formata tra nord e sud, a cominciare dagli stessi vescovi delle regioni meridionali, tenuto anche conto del fatto che con il nuovo secolo si afferma una prassi che prevede spesso la nomina di vescovi del nord per le diocesi del meridione. «La “questione meridionale” non fu, però, mai oggetto, sia pure incidentalmente, di dibattiti nelle Chiese e nel movimento cattolico del Mezzogiorno e, tantomeno, a Roma. I cattolici, infatti, avevano ignorato i dibattiti sui problemi del Sud che pur impegnarono i rappresentanti dell’intellettualità del paese» [13].

«Non che le cento Chiese meridionali non conoscessero le difficoltà quotidiane dei contadini, il loro rapporto secolare con la terra, la conflittualità latente o meno col mondo feudale che stentava a scomparire, la miseria dilagante e la piaga dell’emigrazione e tanti altri problemi; li conoscevano perché gran parte del clero meridionale, per secoli, aveva vissuto in parallelo le stesse situazioni, era stato legato alla terra non meno profondamente del contadino, aveva lottato costantemente contro i soprusi dei signorotti. […] non c’era la coscienza e la mentalità adatta, non c’erano le condizioni generali, non c’era la sensibilità necessaria e se si interveniva il tono era sempre paternalistico e consolatorio. È vero, ci sono stati i così detti “preti del movimento”, i preti sociali, qualche vescovo sociale alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento, che non si sono persi in sterili discussioni ma che hanno agito ed offerto ad una parte dei “vinti” mezzi di riscatto che si chiamavano cooperative, casse rurali, circoli associativi, leghe ecc., ma mancava la complessiva consapevolezza di trovarsi di fronte ad una emergenza nazionale e ad un problema più vasto e generale» [14].

Dobbiamo arrivare al secondo dopoguerra per incontrare le prime autorevoli prese di posizione. Il primo è dei Vescovi pugliesi (Per la rinascita delle popolazioni pugliesi, Lecce, 27-28 aprile 1944) sui problemi delle popolazione della regione. Porta la data del 19 giugno 1945 un documento dei vescovi di Calabria in cui si chiede un nuovo ordinamento sociale. Del 25 gennaio 1948 è, invece, il documento dell’episcopato dell’Italia meridionale su I problemi del Mezzogiorno. Il suo testo era stato redatto dall’arcivescovo di Reggio Calabria, Antonio Lanza, e poi sottoposto alla firma dei vescovi (mancò quella dei siciliani per volontà dell’arcivescovo di Palermo, cardinale Ruffini). Pur non avendo avuto molta fortuna, esso presenta una posizione ecclesiale organica sui problemi del Mezzogiorno. La sua prospettiva è dettata dalla dottrina sociale, in base alla quale ricostituire un ordine sociale giusto. La motivazione che l’ispira è profondamente religiosa (cf. n. 2), da cui scaturisce il richiamo alle esigenze della giustizia: «Non possiamo, infatti, rimanere indifferenti o inerti di fronte alla persistente miseria di alcune classi del popolo, alla precarietà di vita e instabilità del bracciantato, al reddito estremamente basso di alcuni lavoratori e coloni, all’evidente ingiustizia di talune forme contrattuali, all’insufficienza di alcune strutture economiche, ai complessi e gravi problemi connessi col persistere del latifondo» (n. 3).

Il documento si diffonde sui problemi legati al mondo agricolo, alla proprietà terriera, ai rapporti contrattuali che li concernono, preoccupato della difesa della dignità dei lavoratori, non solo economica ma anche spirituale, in conformità alle esigenza di verità e di libertà. Non si limita a richiamare i doveri dello Stato, ma enuncia anche quelli dei cattolici, come pure incoraggia l’iniziativa privata, l’associazione dei lavoratori, la cooperazione e tutte le opere economiche e sociali che possono trovare promotori. A segnalarsi, nella coscienza raggiunta della questione sociale del Mezzogiorno, è un’ansia di giustizia direttamente ispirata dal Vangelo. «Spiriti attenti e pensosi dei compiti e dei destini del cristianesimo hanno messo chiaramente in evidenza che esso, come fede e disciplina di vita, non può venir confuso con le varie civiltà nelle quali, lungo il corso dei secoli, è successivamente penetrato, cercando di vivificarle, per poi superarle in una più compiuta armonia. […] nell’attuazione del suo messaggio di carità e di giustizia il cristianesimo ha un’inesauribile potenzialità purificatrice ed elevante» (n. 4). Scriveva Giorgio Rumi che il documento tocca «il nodo centrale del rapporto tra fede e storia, tra religione e politica. La Chiesa non può essere usata per la conservazione di un qualsivoglia ordine sociopolitico: il tempo non è fonte – di per sé – di legittimazione, ma solo l’incarnazione dei valori del Vangelo»[15].

Sulla spinta del documento del documento del 1948 e in seguito alla riforma agraria del 1950, i Vescovi lucani e pugliesi fondano nel 1952 la Charitas socialis, una sorta di comitato per l’assistenza religiosa, morale, educativa e sociale alle popolazioni più disagiate. «La Chiesa al fine di esercitare la sua influenza morale e in continuità con il primo slancio della ricostruzione, si era mossa in sintonia con le nuove politiche per il mezzogiorno sviluppatesi negli anni Cinquanta, inserendosi nel campo dell’educazione, dell’assistenza e del servizio sociale grazie alle opportunità offerte dalla riforma agraria, dagli interventi della Cassa per il Mezzogiorno e dalle diverse occasioni di finanziamenti statali e locali di nuove strutture ecclesiastiche che potevano derivare in genere dalla spesa pubblica» [16]. Ci troviamo di fronte a una sorta di «nuovo meridionalismo della Chiesa locale» e allo «sforzo di rendere concreta la pastorale collettiva del 1948 e soprattutto di mantenere nel tempo questa concretezza: centri sociali, servizi sociali per le famiglie dei lavoratori, cappellani del lavoro, azione capillare socio-religiosa nelle zone della riforma fondiaria, creazione di un ufficio studi col compito di preparare inchieste utili a rilevare le tipologie di interventi per risolvere i vari problemi delle zone depresse» [17]. Nella convinzione che nel Mezzogiorno, insieme a una depressione materiale, ve n’era anche una di carattere spirituale e umana: «Era sorto all’orizzonte un nuovo meridionalismo che metteva insieme le emergenze ecclesiali e quelle socio-economiche» [18].

Di seguito, dalla fine degli anni ’60 a tutti gli anni ’70, assistiamo a una sequenza di interventi di singoli vescovi, come quelli di mons. Aurelio Sorrentino, di Reggio Calabria, e di mons. Guglielmo Motolese, di Taranto, o di conferenze episcopali regionali come quelle dell’Abruzzo e della Sicilia, come pure della Lucania, che nel 1973 affrontano il problema dell’emigrazione, o come quella della Calabria che, sempre nel 1973, lamenta i numerosi problemi della regione, dalla crisi dell’agricoltura, alla carenza di impianti industriali, alla scarsità del lavoro e del reddito, alla povertà di strutture scolastiche e ospedaliere.

La Conferenza episcopale nazionale, che tiene la sua prima assemblea nel 1966, viene messa al corrente della situazione sociale ed economica del Mezzogiorno nell’assemblea dell’aprile 1969. L’approvazione data al testo presentato dall’allora presidente, cardinale Giovanni Urbani, rimane il segno di una attenzione dell’episcopato, seppure non fu seguita da una pubblicazione. La questione del Mezzogiorno viene richiamata dal cardinale Corrado Ursi nel Consiglio permanente del maggio 1973; ma anche questa iniziativa, trascinatasi fino al 1974 [19], rimarrà senza seguito. Nello stesso anno, l’arcivescovo Aurelio Sorrentino, allora a Potenza, pubblica una sua lettera nel venticinquesimo anniversario del documento dell’episcopato meridionale sui problemi del Mezzogiorno [20]. Egli denuncia la questione meridionale come rilevante per tutta la nazione, e non solo per il sud, lamenta la piaga dell’emigrazione e stigmatizza la responsabilità degli stessi meridionali. La sua attenzione non si ferma alla dimensione economico-sociale; si porta invece all’interno della Chiesa, chiedendosi se tutta la Chiesa in Italia sente il problema e quindi se non si debba parlare di una questione meridionale ecclesiale. Nel 1975 interviene con un suo documento la Conferenza episcopale calabra [21], che denuncia, per la prima volta, con determinazione la criminalità organizzata. Un contributo significativo ulteriore è dovuto al vescovo di Ugento, mons. Michele Mincuzzi, il quale, all’indomani del convegno ecclesiale nazionale su Evangelizzazione e promozione umana, in una riflessione su Comunità ecclesiali e Mezzogiorno d’Italia dichiara che il problema del sud si identifica, in radice, con il problema dell’uomo del sud, ha cioè un carattere culturale.

Sarà il magistero di Giovanni Paolo II, a partire dal discorso ai vescovi campani del 21 novembre 1981, in cui parla della questione meridionale come di una questione ecclesiale nazionale, a sollecitare una riflessione nell’episcopato che viene presentata al Consiglio permanente del gennaio 1988 e si orienta, non senza difficoltà, a una ripresa dell’iniziativa dell’episcopato meridionale di quarant’anni prima da parte, questa volta, di tutto l’episcopato italiano. Il documento, in effetti, fu elaborato e pubblicato il 18 ottobre 1989, con il titolo Chiesa italiana e Mezzogiorno. Sviluppo nella solidarietà.

I vescovi si presentano mossi da una preoccupazione di tipo etico, avendo di mira «un impegno di sviluppo autonomo e integrale delle regioni meridionali» (n. 4). Sono consapevoli che «il Mezzogiorno d’Italia non è una realtà omogenea» e che la questione meridionale è «una questione nazionale» (n. 7), denotando una crisi che è di tutto il Paese. Inoltre il ritardo del Mezzogiorno non è da ricercare sul piano del benessere materiale e del solo reddito, ma «nella capacità di produzione e nell’occupazione» (n. 8). La diagnosi della situazione si svolge trattando del lavoro, delle distorsioni dello sviluppo, della persistenza di valori tipici del sud, di un suo ethos, ma anche dei rapporti di dipendenza da meccanismi interni distorti ad opera della mediazione politica e dei gruppi di potere locale in genere, generando una «modernizzazione senza un vero e proprio sviluppo» (n. 13). Forte è la denuncia della criminalità organizzata, definita «una malattia, un cancro» (n. 14), a cui rispondere con la legalità, la «trasparenza etica di chi governa» e «un comportamento onesto di ogni cittadino» (ib.). Di fronte a tale quadro, il compito primario della Chiesa si ripresenta come servizio alla formazione delle coscienze. «Bisogna superare il vittimismo e la rassegnazione, riattivare la moralità, la certezza del diritto, la stabilità nelle regole della convivenza sociale, la sicurezza della vita quotidiana […]. Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il sud sarà nel futuro» (n. 15).

Il richiamo agli elementi costitutivi della dottrina sociale della Chiesa fa appello alla necessità di una prospettiva etica e di un giudizio su una situazione che «non è il frutto di una fatalità storica, ma di precise causalità» (n. 16), richiama le esigenze di un’etica economica e incoraggia il vero sviluppo come sviluppo di tutto l’uomo. Se ne trae la conseguenza di una necessaria «coerente politica meridionalistica» (n. 19), che miri al territorio e che richieda «un diverso protagonismo della società civile meridionale» (n. 21).

Le linee pastorali suggeriscono una solidarietà reciproca fra le varie parti del Paese che permetta una conoscenza reciproca, e quindi una nuova evangelizzazione che abbia attenzione soprattutto a una pietà popolare purificata. «L’evangelizzazione non mira in alcun modo al soffocamento delle manifestazioni della “pietà popolare”, ma soltanto alla sua purificazione, che ne metta in evidenza gli aspetti positivi, quali il profondo senso della trascendenza, la fiducia illimitata in Dio provvidente, la “via del cuore” nella percezione di Dio, l’esperienza del mistero della croce nella sua drammaticità, ma anche nella sua valenza salvifica, la confidenza filiale nella Madonna, il senso tipicamente cattolico dell’intercessione dei santi. Al contempo ne qualifichi la gestualità e il riferimento alla natura, impedendo che diventi “l’alternativa dei poveri” alla liturgia. Senza questa purificazione data da una nuova evangelizzazione, la pietà popolare, pur essendo aperta e orientata alla trascendenza, può ridursi a essere domanda senza risposta, croce senza risurrezione, gestualità senza contenuti, memoria di pure emozioni, solidarietà senza comunione» (n. 26). Non c’è da trascurare, in questa prospettiva, l’esigenza di saldare fede e storia, l’impegno politico e in generale il ruolo dei laici, tra i quali i giovani e le donne in particolare. Non manca, insieme ad altri temi, un riferimento al fenomeno delle migrazioni.

«Tale documento – disse a suo riguardo Giovanni Paolo II a Napoli nel novembre 1990 – può ben essere considerato la traduzione non solo pastorale, ma anche politica, nel senso più alto del termine, del progetto di organizzazione della speranza nella vasta area del Mezzogiorno»[22]. È questo il primo documento dell’intero episcopato italiano e segnala uno sforzo di organicità nel trattare la questione, senza perdere di vista l’ottica specifica dell’iniziativa episcopale con il suo carattere etico e pastorale. Sullo sfondo di uno sviluppo storico più che secolare si coglie la maturazione dell’identità di un episcopato nazionale che si fa carico, con senso di responsabilità pastorale, dei problemi e della vita del Paese. Nella distinzione degli ambiti di competenza, tuttavia, la fede, e quindi la comunità ecclesiale a partire dai suoi pastori, non può considerare in modo dissociato la vita dei suoi fedeli, come pure di tutti i cittadini, ma vi deve cogliere l’inestricabile intreccio di coscienza credente e responsabilità civile, di fede e storia.

Gli episcopati regionali non mancarono di prendere iniziative, orientate ad un impegno pastorale più intenso, testimoniato dal Messaggio alle Chiese del Mezzogiorno delle conferenze episcopali di Basilicata, Calabria, Campania e Puglia dell’11 gennaio 1996, il documento dei vescovi campani sulla disoccupazione dello stesso anno[23], come pure il documento per i cinquant’anni dello Statuto regionale da parte dei Vescovi siciliani [24], la Lettera pastorale del Vescovi calabresi del 13 febbraio 2005 [25], il documento conclusivo del convegno dei laici della Basilicata del 2008[26]. E poi, ancora, sono da segnalare convegni pastorali di varie regioni ecclesiastiche e convegni di studio promossi dalla Facoltà teologica dell’Italia meridionale.

Questo stesso movimento di riflessione, di iniziativa pastorale e di studio conduce alla proposta dell’episcopato meridionale all’episcopato italiano di intervenire nuovamente in occasione dei vent’anni dalla pubblicazione di Chiesa italiana e Mezzogiorno. Il Consiglio permanente del gennaio 2008 affida ai presidenti della conferenze episcopali regionali del meridione d’Italia di promuovere un incontro di studio che prepari la stesura del documento. Il convegno sarà celebrato a Napoli il 12 e 13 febbraio 2009. L’elaborazione del documento richiederà circa un anno. Il 21 febbraio di quest’anno esso è stato pubblicato con il titolo Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno.

In esso si può rilevare la significativa continuità con il precedente. Ciò dice l’intendimento dei vescovi innanzitutto a tenere alta l’attenzione sulla questione meridionale. La circostanza denota la viva sensibilità dell’episcopato per la questione e per il connesso tema della nazione e della sua unità, ma permette anche di segnalare alcuni cambiamenti, pure significativi, verificatisi negli ultimi venti anni. In generale si può notare uno spostamento di accento dall’etico all’ecclesiologico, allo spirituale, al pastorale. Si confida meno su ricette di azione pastorale e più su alcune scelte di fondo, coerentemente con le esigenze ben più essenziali che si sono evolute e sono maturate negli ultimi decenni.

Il perdurare della questione meridionale nel quadro dei mutamenti che si sono prodotti sul piano della crisi economica, delle trasformazioni politico-istituzionali e dell’evoluzione socio-culturale rende plausibile la decisione di tornare sull’argomento. Viene messo in gioco un atteggiamento di fiducia, «per dare un contributo alla comune fatica del pensare», alla «responsabilità del pensare insieme e gli uni per gli altri», a un «peculiare pensiero solidale», capace di attivare «la tensione alla verità da cercare, conoscere e attuare», nel tentativo di «valorizzare al meglio il patrimonio di cui tutti disponiamo, cioè la nostra intelligenza, la capacità di capire i problemi e di farcene carico, la creatività nel risolverli» (n. 2). L’indicazione di stile e di metodo è la condivisione, disegnata sul calco dell’impronta eucaristica.

Nel descrivere lo scenario, già significativamente mutato nel giro di venti anni, insieme alle annotazioni già riportate, a cui va aggiunto sul piano politico-istituzionale il rilievo dato al processo di riforma in senso federalistico, vanno segnalati la globalizzazione dei mercati, la situazione dei Paesi che danno sulle sponde del Mediterraneo e il nuovo rapporto che si profila tra Europa e Mediterraneo, la questione ecologica, ma anche le zone di consolidata povertà, disoccupazione ed emigrazione. Torna ad essere evidenziato il passaggio incompiuto alla modernità per effetto di una mancata elaborazione del processo di modernizzazione, che spiega la persistenza di fenomeni come il particolarismo familistico, il fatalismo, la violenza, ma anche l’assimilazione dell’individualismo e del nichilismo che non si contrappongono ma integrano «forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa» (n. 6). Importante rilevare, infine, accanto a una condanna ferma e articolata della criminalità organizzata, il ruolo delle classi dirigenti, spesso invischiati in «meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica», mentre ci sarebbe bisogno di «una cultura politica che nutra l’attività degli amministratori di visioni adeguate e di solidi orizzonti etici per il servizio al bene comune» (n. 5). Il problema non tocca soltanto la classe dirigente, ma anche il senso civico del comune cittadino. Così, la resistenza ad ogni possibile trasformazione per effetto di cause endogene, unita all’egoismo individuale e corporativo che è diffuso in tutto il Paese, con l’effetto di trasformare il Meridione «in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n. 5), produce l’effetto di un blocco di ogni sua possibilità di sviluppo.

In realtà non mancano segni di speranza: manifestazioni di un nuovo protagonismo della società civile e della comunità ecclesiale, della quale è espressione eloquente il progetto Policoro, come la possibilità di far leva su valori e risorse di cui ancora generosamente dispongono le popolazioni meridionali. In questa prospettiva vanno recepite le indicazioni pastorali, le quali puntano su alcuni motivi qualificanti, fuori dagli schemi ripetitivi di un mero richiamo a tutti i compiti e i ministeri nella comunità ecclesiale. In linea con il senso del ministero pastorale, i vescovi innanzitutto affermano che il primo e più importante contributo anche su una questione così complessa e radicata che la Chiesa possa dare è assolvere fedelmente e diligentemente alla sua missione. Ciò vale da due punti di vista. Innanzitutto:

Le comunità cristiane costituiscono un inestimabile patrimonio e un fattore di sviluppo e di coesione di cui si avvale l’intero tessuto sociale. Lo sono in quanto realtà ecclesiali, edificate dalla Parola di Dio, dall’Eucaristia e dalla comunione fraterna, dedite alla formazione delle coscienze e alla testimonianza della verità e dell’amore. Fedeli alla loro identità, costituiscono anche un prezioso tessuto connettivo nel territorio, un centro nevralgico di progettualità culturale, una scuola di passione e di dedizione civile. Nelle comunità cristiane si sperimentano relazioni significative e fraterne, caratterizzate dall’attenzione all’altro, da un impegno educativo condiviso […]. Questo è il rinnovamento sociale cristiano (n. 14).

E poi:

Il cristiano non si rassegna mai alle dinamiche negative della storia: nutrendo la virtù della speranza, da sempre coltiva la consapevolezza che il cambiamento è possibile e che, perciò, anche la storia può e deve convertirsi e progredire (n. 14).

In questo orizzonte, le prospettive di azione ecclesiale sono dettate dalla condivisione ecclesiale, a tutti i livelli (all’interno delle Chiese e tra le Chiese, negli ambiti regionali e su scala nazionale, coinvolgendo presbiteri e consacrati, ma anche laici), dalla promozione di una cultura umana ed etica, dall’assunzione della missione educativa.

Ripresa conclusiva

A uno sguardo d’insieme sullo scorcio storico ed ecclesiale percorso, la prima considerazione da fare riguarda proprio l’oggetto messo a tema nel titolo, ovvero il magistero della Chiesa in rapporto alla questione meridionale. Esso si intreccia con la vita della Chiesa in tutte le sue articolazioni ed esprime la sollecitudine pastorale verso un aspetto peculiare dell’Italia nella sua dimensione sociale e culturale, pur dentro una visione d’insieme dei problemi e in una maturazione storicamente elaborata della coscienza di essi. Il magistero sociale dei vescovi italiani – in costante comunione e ascolto del magistero pontificio – diventa così un esempio significativo di esercizio del discernimento pastorale sulla vita sociale della nazione alla luce dei principi ispiratori della dottrina sociale della Chiesa. L’essere arrivato gradualmente alla formale presa in carico del problema e l’accelerazione temporale che la sequenza degli interventi denota, testimonia nel magistero un servizio di vigilanza e di guida che domanda di essere accolto, assecondato e accompagnato nell’assunzione da parte dei fedeli tutti della responsabilità a cui il Signore chiama nella storia.

È davvero in gioco, innanzitutto, anche in questo caso – ed è la seconda considerazione – l’identità e la missione della Chiesa. Non a caso abbiamo cercato di guardare i temi dell’unità nazionale e della questione meridionale dal punto di vista della Chiesa e non viceversa. Non è questione di spingere in secondo piano i problemi concreti di una collettività e di tante persone, ma di fedeltà alla propria vocazione originaria e quindi anche di aderenza alle istanze concrete per affrontarle e rispondere ad esse. Come abbiamo già notato, il contributo proprio della Chiesa, non solo nella sua espressione magisteriale, è in prima battuta sempre conforme alla sua identità sacramentale e alla sua missione spirituale e pastorale. Quando la Chiesa fa questo fornisce l’aiuto più significativo possibile alle questioni anche di ordine sociale proprio in quanto tali. E la parola che essa pronuncia sulle questioni concrete producono tutto il loro effetto in quanto accolte nello spirito e nell’ottica in cui vengono pronunciate e proposte. Essa guarda sempre a tutta intera la persona, come singolo e inseparabilmente come comunità, e sa di promuoverne il bene quando ricorda e cerca di assicurare che il bene complessivo di ogni essere umano e di tutti gli esseri umani rimanga l’orizzonte di ogni progetto e di ogni sforzo di riforma e di progresso sociale.

Bisogna poi non trascurare che in un crescendo senza arresti, ben presto già a cavallo tra Ottocento e Novecento, non solo il rapporto tra Chiesa e unità d’Italia si è rappacificato, ma addirittura alla distanza di oggi, e già da tempo, la situazione si può definire capovolta, poiché la coscienza e l’impegno della Chiesa per l’unità della nazione risultano ben più avvertiti e determinati di quelli che si possono riscontrare in istanze pur autorevoli della società nel suo insieme. È in questa ottica che viene anche letta la questione meridionale, appunto come questione nazionale. E non nel senso, innanzitutto, che una parte del Paese si deve prendere cura di un’altra, ma piuttosto che nel senso che il Paese intero nel suo insieme deve saper affrontare tutti e singoli i suoi problemi, tanto più quando la loro ricaduta ha una portata generale; e in questo caso si tratta di prendere atto tutti delle responsabilità di ciascuno, non per recriminare ma per assumerle onorevolmente e insieme. In questo senso la riforma in senso federalista non è una minaccia per il sud, ma è un banco di prova per il Paese di essere un solo Paese, appunto, una nazione e una patria: un mondo coerente e unitario in cui tutti siamo nati e in cui ci sentiamo e vogliamo essere un’unica famiglia. Si tratta di raccogliere la sfida di riconoscerci tutti italiani e di decidere di continuare a volerlo essere. Detto questo, bisogna imparare a tradurre ciò che l’ultimo documento dei vescovi mette bene in evidenza, ovvero l’esigenza di coniugare il senso di responsabilità, e quindi di farsi carico dei problemi e degli impegni necessari da parte della classe dirigente meridionale e dell’intera società civile meridionale, e l’esigenza che le istituzioni centrali dello Stato nazionale siano in grado di pretendere come condizione questo impegno dalle regioni meridionali, per poter conferire gli strumenti necessari volti ad assicurare i servizi vitali alla collettività nel suo insieme.

Infine, ai cattolici tutti tocca farci carico di questo impegno là dove siamo posti, con coscienza credente, con competenza etica e professionale, con la capacità di tenere le distanze da tutto ciò che tradisce inseparabilmente la nostra identità e la soluzione dei problemi nel perseguimento del bene comune. Nel mondo globalizzato, dobbiamo guardarci dalla chiusura nella illusoria difesa di interessi particolaristici, come pure dall’abbandono di sé e degli altri ad una logica di puro profitto, dimentichi del proprio volto e della propria storia. Siamo ad un punto in cui i problemi o si affrontano insieme, oppure non solo non si risolvono, ma si aggravano. Come Chiesa non rinunceremo a dire la nostra parola e a fare la nostra parte, come vescovi e come comunità di credenti.


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1 «Si definisce dunque questione meridionale l’insieme dei gravi e complessi problemi suscitati in seguito al compimento dell’unità d’Italia, dall’arretratezza economica e sociale in cui versavano le regioni del mezzogiorno e il succedersi dei dibattiti, tuttora aperti e attuali, sorti fra gli intellettuali e politici di vario orientamento ideologico e politico, circa i mezzi più adatti per risolvere tali problemi e rendere quanto più possibile omogenee le condizioni di vita di tutte le regioni italiane» (così il dizionario Battaglia).
2 «Di tutte le sfide che l’Italia deve affrontare, quella del Mezzogiorno, dopo 150 anni dall’unificazione nazionale, resta la più difficile. Anche perché nell’intera Europa occidentale non esiste nessun altro paese “duale” come i, nostro, anche in termini dimensionali, essendo la popolazione del Sud e delle Isole grande all’incirca come quella di Grecia e Portogallo insieme. […] Le statistiche Eurostat ci dicono che, a parità di potere d’acquisto, il Pil pro capite del Nord Italia è superiore a quello della Svezia mentre il Pil pro capite dell’intero Centro Nord Italia […] è nettamente superiore a quello di Germania o Francia. Per contro, il Pil pro capite del Sud e delle Isole è inferiore al Portogallo.» Dati analoghi si possono riscontrare in ordine alla ricchezza finanziaria delle famiglie e all’Indice di povertà e di esclusione. «La questione di fondo è però come riprogettare una strategia per il nostro Mezzogiorno che punti non soltanto a ridurre il divario insopportabile con il resto d’Italia ma possa rappresentare anche un’occasione per aggiungere margini significativi al potenziale complessivo di crescita dell’intero paese» (M. Fortis, L’Italia si farà da Roma in giù, in «Il Sole 24 ore», 29 gennaio 2011). Cf. P. Barucci, Condizioni nuove per una politica meridionalistica, in Chiesa nel Sud Chiese del sud. Nel futuro da credenti responsabili, a cura di A. Russo, EDB, Bologna 2009, 17-32.
3 P. Villari, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, I ed., Firenze, Le Monnier, 1878.
4 Scrive S.F. Romano, Storia della questione meridionale, Pantea, Palermo 1945, 42: «quegli anni terribili restarono molto a lungo nella memoria delle popolazioni meridionali come quelli in cui per la prima volta esse avevano sperimentato l’Italia. Nella memoria della classe dirigente italiana invece, quegli anni restarono come quelli in cui per la prima volta si erano presentate insieme l’emergenza e la necessità. E furono quelle popolazioni, già da secoli emarginate ed oppresse, il capro espiatorio della prima prova di fermezza e di conquistata coscienza nazionale offerta dai responsabili della nuova Italia».
5 M. Sbriccoli, La commissione di inchiesta sul brigantaggio e la legge Pica, in Il Parlamento italiano, Nuova CEI, Milano 1988, II, 141
6 Si veda la prima serie della rivista «Meridiana» e, riassuntivamente, P. Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento ad oggi, Donzelli, Roma 1993.
7 Meridionalisti cattolici. Antologia di scritti (1946-1960), a cura di Diomede Ivone, Studium, Roma 2008, 287. Dello stesso autore Meridionalismo cattolico, 1945-1955, Vita e Pensiero, Milano 2003.
8 E.C. Banfield, The moral basis of a backward society, Research center in economic development and cultural change, Glencoe Ill. 1958, corredato dalle fotografie dell’autore, trad. it.: Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, Bologna 1961.
9 E proseguiva: «Seconda condizione: dare consistenza economica alle regioni che la costituzione ha approvato come entità amministrative autonome, in modo che le giunte regionali concorrano con il governo centrale a ristabilire il necessario equilibrio economico e fiscale già alterato a danno del mezzogiorno delle isole fin dai primi decenni del risorgimento e poi distrutto dal sistema fascista. Terza condizione: l’iniziativa e attività meridionale. Siano i meridionali a far risorgere il mezzogiorno, i siciliani a far risorgere la Sicilia, i sardi a far risorgere la Sardegna. Nego che sia l’inerzia uno dei nostri difetti; Bari, Pescara, Catania, Salerno e molti altri centri smentiscono che si tratti di inerzia. Si tratta spesso di miopia; non si cercano larghi ­orizzonti e piani proiettati nel futuro, si pensa ai vantaggi immediati, non si cerca il coordinamento fra le iniziative, perché l’individualismo prevalente si trasforma perfino in gelosia e lotta. Si vedono le difficoltà e si ingigantiscono perché la fiducia reciproca, tanto necessaria per la riunione delle forze, sia provincialmente che regionalmente, manca o viene meno. La critica sciupa l’entusiasmo: i facili impieghi tolgono il gusto del rischio. Tutto ciò è superabile: basta che il mezzogiorno si organizzi su tre piani: il politico a mezzo di partiti seri e decisi; l’amministrativo a mezzo delle regioni che sorgono a questo scopo: l’economico a mezzo di imprese libere e serie, favorite, ma non imbrigliate, da governi centrali e regionali. In questa ripresa nazionale agli amici del nord domandiamo comprensione e solidarietà; non indulgere in risentimenti e gelosie. D’altra parte sarà bene che il mezzogiorno faccia da sé e stabilisca esso stesso le basi del proprio risorgimento» (L. Sturzo, Politica di questi anni. Consensi e critiche (1946-1948), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2003, 321-322).
10 Per il seguito della mia esposizione mi sono avvalso di due studi, di imminente pubblicazione, del prof. V. De Marco, La Chiesa in Italia tra fine ‘800 e avvento del fascismo [Bozza di relazione introduttiva ad un convegno che si terrà a Potenza su mons. Augusto Bertazzoni]; Vescovi del Sud per i problemi del Sud nel secondo dopoguerra.
11 «La visione che di tutto il processo di unificazione ebbel’episcopato dell’ex-Regno delle Due Sicilie (almeno della parte continentale qui presa in esame) fu esclusivamente religiosa» (B. Pellegrino, Vescovi «borbonici» e Stato «liberale» (1860-1861), Laterza, Bari 1992, 6).
12 G. Formigoni, L’Italia dei cattolici. Dal Risorgimento a oggi, il Mulino, Bologna 20102, 45. Luigi Sturzo, nel XIX Congresso cattolico, tenutosi a Bologna nel 1903, collegò “la questione cattolica” con la “questione meridionale” intesa come una “questione nazionale”. L’ultimo giorno dei lavori tenne una conferenza nella sala dei Fiorentini, il 13 novembre 1903, dove si riunivano i democratici cristiani, nella quale afferma: «Noi non ci conosciamo; e lo stacco si rende tanto più reale, quanto ancora non si è trovato una ragione specifica di lavoro di tutti i cattolici d’Italia anche a favore di una questione che non è semplicemente politica, ma che è fondamentalmente questione di conoscenza e di condizione di animo. Penetrare nell’intimo del nostro problema meridionale è per molti, per moltissimi, come penetrare in una contrada inesplorata, della quale i geografi non hanno maggiore competenza di colui che nella carta d’Africa del Vaticano pose hic sunt leones; così per molti la geografia d’Italia arriva a Roma e poscia il resto è segnato con le parole hic sunt meridionales» (L. Sturzo, La battaglia meridionalista, a cura di L. De Rosa, Laterza, Roma-Bari 1979, 44-45).
Di fronte alla persistenza di stereotipi che impediscono una corretta conoscenza della realtà meridionale e che «concorrono a determinare un urto degli animi assai più disastroso che l’urto degli interessi», egli si propone di offrire un’analisi «accurata, coscienziosa, sobria» della questione meridionale come «un vitalissimo problema di vita nazionale» alla cui soluzione anche i cattolici dell’alta e media Italia devono partecipare «con senno, solidarietà e amore fraterno».
13 P. Borzomati, Magistero della Chiesa e Mezzogiorno d’Italia, in Il discorso della Chiesa sulla società, a cura di C. Naro, Sciascia, Caltanissetta-Roma 1992, 231-347, 241.
14 V. De Marco, Vescovi del Sud per i problemi del Sud nel secondo dopoguerra.
15 G. Rumi, Questione meridionale e questione settentrionale nella riflessione dei vescovi italiani, 425, cit. in V. De Marco, Vescovi del Sud per i problemi del Sud nel secondo dopoguerra.
16 R. Violi, La Chiesa e il Mezzogiorno, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, vol. II, Culture, nuovi soggetti, identità, a cura di F. Lussana e G. Marramao, Rubbettino, Soveria M. (Cz) 2003, 498, cit. in V. De Marco, Vescovi del Sud per i problemi del Sud nel secondo dopoguerra.
17 Ib.
18 Ib.
19 La bozza del testo affronta problemi come l’abbandono della terra, l’urbanizzazione, la disoccupazione, la criminalità organizzata, l’emigrazione. Tra gli strascichi polemici bisogna segnalare una larvata critica verso l’episcopato del Nord, indifferente al problema e al suo carattere nazionale.
20 Cf. A. Sorrentino, Ricordando la Lettera pastorale dell’episcopato meridionale sui «Problemi del Mezzogiorno», Potenza, 19 ottobre 1973.
21 Conferenza episcopale calabra, L’episcopato contro la mafia disonorante piaga della società, Reggio Calabria 1975.
22 Giovanni Paolo II, Incontro con la popolazione in Piazza Plebiscito, 9 novembre 1990.
23 Cf. Messaggio dei Vescovi della Campania sul problema della disoccupazione, Editoriale Comunicazioni sociali, Napoli 1996.
24 Cf. Conferenza Episcopale Siciliana, Finché non sorga come stella la sua giustizia, Riflessione dei Vescovi di Sicilia nel 50° anniversario dello Statuto della Regione siciliana, Palermo 1996.
25 Cf. Conferenza episcopale calabra, Lettera alle nostre Chiese di Calabria nel fascino dei nostri santi meridionali, Catanzaro, 6 ottobre 2002.
26 Cf. Conferenza episcopale lucana, Le attese della povera gente, Atti della seconda convocazione generale del laicato di Basilicata, Potenza 2 giugno 2008.

domenica 14 novembre 2010

Giornata del Ringraziamento 2010

"Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente" (Sal 144,16)

Messaggio per la Giornata del Ringraziamento (14 novembre 2010)

Anche quest’anno celebriamo la giornata del Ringraziamento per i frutti della terra e del lavoro dell’uomo: è un’occasione sempre preziosa per esprimere riconoscenza a quanti operano nel mondo rurale e ci procurano il nutrimento quotidiano mediante un lavoro impegnativo e spesso faticoso. Dio li benedica.

L’Anno Sacerdotale da poco concluso ci ha lasciato il profumo del pane, consacrato dalle mani del sacerdote, ma prima ancora dono della terra e del lavoro umano. Non c’è Eucaristia senza la dedizione del mondo rurale, che con noi condivide il pane. L’intero anno pastorale 2010-2011 sarà orientato verso il Congresso Eucaristico nazionale, che celebreremo nel settembre prossimo ad Ancona.

Questa giornata è anche un’occasione importante di riflessione sui problemi che il mondo rurale sta vivendo, acuiti dal protrarsi degli effetti di una crisi economica e finanziaria di portata mondiale. Tutti abbiamo toccato con mano i pericoli in una finanza disgiunta da un’economia di produzione reale. Siamo anche consapevoli della fragilità di un sistema economico che, per sostenersi, ha bisogno di accrescere a dismisura i consumi di massa. È sempre più difficile il corretto bilanciamento fra la salvaguardia dell’ambiente e la necessità di assicurare posti di lavoro alle nuove generazioni.

A partire da questi semplici spunti, ci è chiesto di riflettere su come l’agricoltura italiana, nelle differenti situazioni che la caratterizzano, possa raccogliere e affrontare la sfida imposta dalla globalizzazione. Puntando sulla multifunzionalità, cioè sulla sua capacità come settore primario di dare luogo a produzioni congiunte, la nostra agricoltura dovrà essere in grado di creare un nuovo modello di sviluppo, capace di rispondere adeguatamente alle attese del Paese.

È fondamentale che anche il lavoro agricolo e rurale si caratterizzi per una rinnovata e chiara consapevolezza etica, all’altezza delle sfide sempre più complesse del tempo presente. In questa linea, sarà importante impegnarsi nell’educazione dei consumatori. Questo legame relazionale, da basare sulla fiducia reciproca, costituisce una grande risorsa: sempre più il consumatore è chiamato a interagire con il produttore, perché la qualità diventi prevalente rispetto alla quantità. Si tratta di diffondere comportamenti etici che facciano emergere la dimensione sociale dell’agricoltura, fondata su valori perenni, da sempre fecondi, quali “la ricerca della qualità del cibo, l’accoglienza, la solidarietà, la condivisione della fatica nel lavoro” (Nota pastorale Frutto della terra e del lavoro dell’uomo, n. 14).

Troveranno così spazio di dignità tutti coloro che lavorano nel mondo rurale, in particolare i braccianti, soprattutto se provengono dall’estero, spesso ancora vittime dello sfruttamento e dell’emarginazione. Ognuno deve sentirsi accolto, rispettato e valorizzato. In tal modo il mondo agricolo sarà palestra di integrazione sociale e leva preziosa di crescita economica, quale premessa e condizione del progresso sociale.

In questo tempo di crisi, un segnale positivo è rappresentato dal ritorno all’impresa agricola di giovani laureati, che sentono questo lavoro come una “vocazione”, che dona loro dignità e piena valorizzazione. A noi la gioia di saperli accogliere, sostenendoli con motivazioni etiche, in grado di sostenerli nel tempo.

Essenziale sarà, in questa linea, l’azione delle aggregazioni laicali e delle organizzazioni di settore di ispirazione cristiana, senza le quali il fermento del Vangelo difficilmente raggiunge in maniera efficace gli snodi della vita quotidiana e penetra gli ambienti più fortemente segnati dal processo di secolarizzazione. Riemerge, così, l’importanza di una pastorale d’ambiente, attenta al mutare delle situazioni, che si affianca all’azione delle parrocchie per coinvolgere la Chiesa nelle problematiche vitali delle persone, nelle diverse questioni culturali, sociali ed economiche. Gli ambienti di vita sono l’orizzonte della missione ecclesiale, perché ogni esistenza sia resa migliore dalla forza radiosa del Vangelo di Gesù Cristo, che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (Gaudium et spes, n. 22).

Un ulteriore segno di speranza è rappresentato dalle cooperative agricole. Sono un dono grande per la costruzione di un modello economico ispirato ai principi etici. Il pluralismo delle forme d’impresa costituisce, infatti, un elemento imprescindibile per uno sviluppo equilibrato. Al suo interno, la forma cooperativistica, per la sua struttura a rete, sa reggere meglio di altre gli effetti di una crisi anche prolungata. Spetta a noi rilanciare in alto tali motivazioni, puntando alla formazione dei giovani, dentro il solco della scelta educativa, che la Chiesa in Italia ha coraggiosamente deciso di fare propria in questo decennio.

Lo sguardo al Pane del cielo dia fecondità al nostro impegno per il pane della terra: senza cielo non si può vivere, mentre con il cielo le nostre terre diventeranno un giardino.

Ci assista la Vergine Maria, perché questi propositi siano da noi tutti tradotti in percorsi concreti di impegno solidale.

Roma, 15 agosto 2010 - Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria


COMMISSIONE EPISCOPALE
PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO,
LA GIUSTIZIA E LA PACE

venerdì 9 luglio 2010

Le associazioni cattoliche per il Mezzogiorno

Contro la povertà

A cura del portavoce del Forum delle Persone e delle Associazioni di ispirazione cattolica nel Mondo del Lavoro, dott. Natale Forlani, è stata presentata ieri a Roma, in piazza Montecitorio, la manifestazione prevista per il 28 settembre a Napoli, Reggio Calabria, Palermo e Bari, collegate tra loro in via telematica. Oltre a Forlani, erano presenti i rappresentanti delle presidenze e delle segreterie delle associazioni che ne fanno parte: Cisl, Mcl, Confartigianato, Confcooperative, Acli, Compagnia delle opere. Il Forum chiede di aderire a 5 punti programmatici per il Mezzogiorno: trasparenza delle istituzioni, con il lancio della «Carta dei diritti dei cittadini»; rifiuto di utilizzare la Pa come bacino di assunzioni per risolvere il problema della disoccupazione al Sud; promozione di programmi di educazione alla legalità; diffusione di azioni di contrasto al sottoutilizzo di giovani e donne nel mercato del lavoro; adozione di programmi condivisi di contrasto alla povertà.

Mar. Coll.

Fonte: www.iltempo.it - 09.07.2010

domenica 14 marzo 2010

Più coraggio per il Sud

di Alberto Bobbio

CHIESA: TRE VESCOVI COMMENTANO LA NOTA CEI SUL MEZZOGIORNO

«La nostra gente deve ridiventare protagonista», dice Morosini di Locri. «Forse bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa troppo timida».

Scuoterà la Chiesa il documento della Cei sul Mezzogiorno? E scuoterà il Paese? Tre vescovi in prima linea ne discutono con passione e sperano che non faccia la fine di quello di vent’anni fa, che ha occupato gli scaffali delle biblioteche. Lo dice monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo: «Se dopo Pasqua nessuno ne parlerà più, avremo fallito».

Il testo è assai severo e lancia allarmi. Mette in fila questioni di importanza capitale per l’intero Paese e non solo per il Sud. Eppure, è qui che le preoccupazioni sono più elevate. Osserva monsignor Giuseppe Morosini, vescovo di Locri in Calabria: «Non abbiamo bisogno di solidarietà gratuita né da parte dello Stato, né delle Regioni, né delle altre diocesi. Questo documento servirà se ognuno farà la propria parte».

Ecco il punto, che monsignor Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, spiega così: «A volte manca il coraggio. Ci chiudiamo nelle chiese, non ci sporchiamo le scarpe a camminare nelle strade. Dobbiamo impegnarci a costruire comunità cristiane antagoniste, alternative alla cultura della rassegnazione, della violenza, dell’usura, del pizzo, del lavoro nero».


Scritta in memoria di don Diana (foto Pischetola/Fotoagenzia Napoli).

Ma c’è anche altro che il vescovo di Agrigento sottolinea: «Ci siamo occupati del sacro e non della fede. La gente ci chiede sacramenti e noi glieli diamo. Ma nascondiamo la parola di Dio e sosteniamo un’idea di Chiesa intrecciata attorno alle devozioni, che possono consolare, ma non incidono e non cambiano i comportamenti».

Mogavero teme che la Chiesa diventi icona dell’antimafia: «Tanto c’è la Chiesa che parla. È quello che mi dà più fastidio. Ma anche al nostro interno funziona così. Ci sono preti e laici contenti perché parlano i vescovi. E loro?».

Riprende l’autocritica della nota della Cei sul fatto di non aver accolto, fino in fondo, la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie: «Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la verità per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile "collusione" deve far riflettere anche nelle nostre comunità».

Il vescovo di Mazara propone una via: «Basta con le prese di posizione ovattate. Ogni comunità, ogni parrocchia, ogni diocesi scelga un argomento in relazione alla situazione del proprio territorio e agisca: pizzo, usura, corruzione della politica, mafia devota che offre soldi per le feste popolari. Però, bisogna essere pronti a pagare di persona». Montenegro sostiene che qualche provocazione può favorire la riflessione: «Io non ho messo i Re Magi nel presepe, spiegando che sono stati respinti alla frontiera come clandestini. È servito alla gente per rendersi conto in quale Paese stralunato dall’ossessione per la sicurezza stiamo vivendo. Proporrò di abolire ogni festa religiosa nei paesi dove si contano gli omicidi. Il sacro non basta per ritenersi a posto, se poi nessuno denuncia, e la cultura mafiosa è l’unica ammessa».

Spiega Morosini: «La nostra gente deve tornare a essere protagonista. E si diventa protagonisti con il voto e con volti nuovi». Il vescovo di Locri ha partecipato a una manifestazione contro la soppressione di 12 treni: «Proteste inutili, perché manca un progetto per la Locride. La nostra classe politica è inadeguata. Nel documento c’è una frase su questo tema. All’assemblea dei vescovi avevo chiesto di dedicare un capitolo intero». Morosini non accetta le critiche sull’azione troppo debole della Chiesa: «L’azione del vescovo Bregantini non può essere dimenticata. Di altri non parlo. Ma, forse, bisognava essere più chiari, anche nelle responsabilità di una Chiesa a volte troppo timida».

Alberto Bobbio


LA SCOMUNICA PER I MAFIOSI
Non c’è la parola "scomunica" per i mafiosi nel documento della Cei sul Sud, anche se alcuni vescovi avevano chiesto di dedicare un capitolo alla questione. La decisione sarebbe stata di natura giuridica e canonica: gli episcopati non possono emettere sentenze di scomunica. Poi sarebbe stato difficile individuare la categoria dei destinatari.

Il segretario della Cei monsignor Mariano Crociata riferendo della discussione sul testo all’ultima assemblea della Cei ad Assisi aveva affermato che «non c’è bisogno di comminare esplicite scomuniche: chi fa parte delle organizzazioni criminali è automaticamente fuori dalla Chiesa».

Eppure, già nel 1944 la Chiesa siciliana comminava la scomunica, «a tutti coloro che si fanno rei di rapina o di omicidio ingiusto e volontario». Ma non si parlava di mafia. Nel 1952 previdero la scomunica per gli autori di delitti che si potevano collegare alle attività della mafia. Nel 1982, dopo la strage di via Carini dove morirono Carlo Alberto Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela Setti Carraro, i vescovi siciliani precisarono che la scomunica colpisce, oltre gli autori, anche i mandanti degli omicidi. E qualche anno dopo il settimanale cattolico Novica spiegò che la scomunica ai mafiosi è latae sententiae, cioè automatica e vale solo per i siciliani. Ma aggiungeva che il mafioso è al bando in tutta la Chiesa.

A.Bo.
Fonte www.famigliacristiana.it

giovedì 4 marzo 2010

Il federalismo che serve al Sud

Si coglie un misto di sorpresa e d'incredulità nelle reazioni che, numerose, hanno accolto l'ultimo documento della Conferenza Episcopale Italia Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno. E in verità, sono diverse le ragioni che giustificano il consenso ampio, registrato attorno a questo pronunciamento.
Per prima cosa, il linguaggio. I temi trattati affrontano in modo diretto le questioni che caratterizzano le regioni del Sud, senza nascondersi di fronte ai problemi e ai mutamenti di questo momento complesso e difficile della storia del Mezzogiorno, ma anche dell'intero paese. Ne è prova il paragrafo concernente la criminalità organizzata (numero 9), dove i diversi fenomeni sono trattati con lucidità e giudicati alla luce del Vangelo, con l'ammissione che alla denuncia di grandi figure profetiche e di testimoni coraggiosi non corrisponde una conseguente consapevolezza delle diverse realtà ecclesiali, tentate ancora dal desiderio di minimizzare i fenomeni o di coprirli con un silenzio complice. Nello stesso tempo, dal testo traspare una considerazione attenta della realtà del Mezzogiorno, animata dallo sforzo di capire una realtà composita e divisa tra la volontà di affrancarsi da un passato fatto di luci e di ombre e l'impegno di un riscatto morale.
Un altro elemento che ha convogliato sul documento il consenso diffuso di analisti e commentatori è probabilmente il fatto che esso, proprio per la sua indole apertamente pastorale, non si presta a facili strumentalizzazioni politiche o di parte. È difficile, infatti, non concordare sull'analisi e sulle prospettive disegnate e si richiederebbe tanta fantasia per affermare che i Vescovi italiani hanno offerto una sponda di collateralismo a questa o a quella formazione politica, a questo o a quel gruppo di potere. In effetti, il documento è frutto di un'azione congiunta di tutto l'episcopato italiano e si rivolge a tutto il paese guardato attraverso la prospettiva della solidarietà, premessa e condizione di uno sviluppo autentico: «Il nostro guardare al paese, con particolare attenzione al Mezzogiorno, vuole essere espressione, appunto, di quell'amore intelligente e solidale che sta alla base di uno sviluppo vero e giusto, in quanto tale condiviso da tutti, per tutti e alla portata di tutti» (numero 2).
S'inquadra in questo contesto l'orientamento verso un federalismo solidale, nel quale i Vescovi intravedono potenzialità e rischi, attenti ai movimenti d'opinione che al riguardo sono presenti nel dibattito politico e culturale. Il documento rigetta un federalismo dissociativo che «accentuasse la distanza tra le diverse parti d'Italia»; mentre incoraggia, come «passo verso una democrazia sostanziale», un federalismo «solidale, realistico e unitario», capace di rafforzare l'unità del paese, «rinnovando il modo di concorrervi da parte delle diverse realtà regionali, nella consapevolezza dell'interdipendenza crescente in un mondo globalizzato».
In questa visione i Vescovi si richiamano alla «sempre valida visione regionalistica di don Luigi Sturzo e di Aldo Moro» (numero 8), ai quali non ci si appella quali anticipatori del federalismo, quanto piuttosto quali teorizzatori di un regionalismo, capace di rimodulare gli eccessi di uno stato burocratico e centralizzatore. Nella Relazione conclusiva al Congresso del Partito popolare italiano (Venezia ottobre 1921) Sturzo affermava: «A uno stato accentratore tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali - la famiglia, le classi, i comuni - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private».
È chiaro, allora, che il fondatore del Partito popolare non pensava a un federalismo solidale, ma a un regionalismo solidale sì. A questa linea di pensiero si richiamano i Vescovi italiani, consapevoli che «la corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell'occupazione, nelle dotazione produttive, infrastrutturali e civili», senza «un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un'attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l'integrazione sociale» (numero 8).

Mons. Domenico Mogavero è vescovo di Mazara del Vallo

Fonte www.ilsole24ore.com

martedì 2 marzo 2010

La Cei, il Sud e quel che Sturzo non ha detto

«Solidale» è la parola chiave del documento che la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha dedicato al Sud. Un documento atteso - intitolato per l'appunto Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno - che affronta la questione meridionale a vent'anni da un analogo testo (Sviluppo nella solidarietà) e che porta i vescovi nel pieno del dibattito politico, definendo anche i principi che dovrebbero ispirare il nuovo "federalismo solidale".
Che la Chiesa (chi non ricorda l'uccisione per mano della mafia nel 1993 di don Pino Puglisi, parroco a Palermo?) voglia far sentire la sua voce su questo terreno accidentato sotto ogni profilo è fuori discussione. Di più: il suo contributo, al pari della presenza dello stato, può essere decisivo, nel capillare sforzo per scuotere le persone, infondendo fiducia e speranza.
Per questo appare meno convincente il quadro di riferimento, anche culturale e politico, che fa da sfondo al proposto modello di «federalismo solidale». Quadro che - tra il cancro di mafie ed ecomafie, inadeguatezze delle classi dirigenti, esigenza del gioco di squadra, familismo, Sud collettore di voti, mancanza di legalità e senso civico - oscilla sociologicamente a metà strada tra Gomorra di Roberto Saviano e le parole d'ordine da corso intensivo per aspiranti manager. E così anche la «sfida educativa sul versante intraecclesiale della catechesi nelle parrocchie e in ogni realtà associativa va ripensata e rinnovata, e dev'è essere dotata il più possibile di un'efficacia perfomattiva».
C'è la performance, nel documento Cei, ma non il miracolo. Almeno quello a tutto tondo. La stessa moltiplicazione dei pani e dei pesci, richiamata a titolo di esemplarità della condivisione per riflettere sulla condizione del Sud, s'accuccia in qualcosa di più ordinario e meno folgorante: «Una triplice scansione dell'intervento in favore della folla. C'è anzitutto l'osservazione obiettiva della situazione, segue il calcolo concreto delle risorse disponibili e la realistica consapevolezza del deficit con cui fare i conti, infine troviamo l'assunzione di una responsabilità per gli altri, che si compie nello spazio creativo dell'iniziativa divina». Sembra un (inevitabile ma responsabile) sforamento ante litteram dei parametri europei di Maastricht.
Quanto al «federalismo solidale», cui viene accostato il nome di don Luigi Sturzo, esso non può significare differenze e anche la «corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente» e dunque lo stato dovrà intervenire per «perequare le risorse». Ferma restando, naturalmente, l'auto-propulsione del Sud e la lotta alla deriva assistenziale.
Ma ecco il punto. Che cosa pensava già negli anni Venti del secolo scorso proprio Sturzo, fondatore del Partito popolare, siciliano di Caltagirone e antistatalista convinto? Questo: «Lasciate che noi del Meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l'iniziativa dei rimedi dei nostri mali». Analisi chiara che resta attuale. Difficile immaginare un Mezzogiorno in crescita senza un federalismo vero, a suo modo competitivo. Quello perequatitivo (per principio o necessità permanente) diventa sempre assistenziale e sprecone. Per il Sud e l'Italia tutta.

Guido Gentili

Fonte www.ilsole24ore.com

domenica 28 febbraio 2010

«Parte dall’educazione il riscatto del Mezzogiorno»

Intervista a Pietro Barcellona, filosofo del diritto: nel documento dei vescovi italiani la sfida di un itinerario che riconosca le risorse umane e culturali del Sud.

«Qui sono passate tutte le civiltà. Il Sud ha una vocazione all’universale che va valorizzata nei nostri giovani». Parla lo studioso che fu membro laico del Csm e voce autorevole del Pci di Berlinguer

Occorre la presa di coscienza che siamo al fon­do del barile. Stiamo rischiando la perdite delle caratteristiche umane di questo Paese.
Perché questa deriva?
C’è sicuramente un fallimento generale della classe dirigente. Ma occorre che ciascuno faccia autocritica. Ecco un fatto che è segno dei tem­pi: i praticanti oggi in Sicilia sono il 10 per cen­to rapportato a un 'uso' dei sacramenti, specie del matrimonio, che si colloca al 90 per cento. È uno scarto enorme tra chi crede nella pratica quotidiana e chi invece ne fa una pura esterio­rità, magari rituale.

Cosa significa questo?
Che la gente vive nella pura esteriorità. Questa trasformazione antropologica è avvenuta lenta­mente attraverso il dominio mass mediatico, che non è l’uso strumentale e politico della televi­sione, ma ciò che quotidianamente viene pro­pinato a chi se la guarda e se la guarda a lungo. Con la definizione 'dominio mass mediatico' mi riferisco anche a quello che c’è in internet, quello che apparentemente è il mondo dell’in­trattenimento ma che, invece, è la sostanza quo­tidiana della comunicazione tra gli uomini che non incontrano più nessuno, che non parlano più con nessuno, ma che seguono triangolazio­ni in rete. Tutto questo distrugge lo spazio inte­riore. Questo è una spiegazione della deriva. Co­me costruire un minimo di eticità, di tipo deon­tologico, religioso o filosofico, senza questo spa­zio interiore? Se una persona non è capace di prendere le distanze dal mondo, per poi tornar­ci con una carica vitale e motivata, se ci sta den­tro come in un flusso che rende tutto passivo, co­me vuole che ci sia reazione?

La Chiesa pone infatti la questione educativa come priorità ineludibile. Per lei da cosa do­vrebbe partire?
Un popolo è la sua paidèia, cioè la formazione dei bambini per i greci. Abbiamo avuto una gran­de
paidèia pagana, quella greca appunto; poi, per secoli, abbiamo avuto quella cristiana che è stato il modo in cui si è costruito la visione del­l’essere umano; infine, abbiano avuto una
paidèia laica, dall’illuminismo in poi. Adesso non ne abbiamo nessuna. Se dovessi dire qual è il modello di mondo a cui i ragazzi guardano, non saprei rispondere, perché non c’è nessuna
paidèia.

E dunque come intervenire?
La paidèia comincia dalla nascita dei bambini. Questo Paese non solo non li fa nascere, ma non li ama. È impressionante il rifiuto di impegnar­si nel rapporto educativo con i propri figli. Un progetto culturale deve cominciare nelle fami­glie. Dobbiamo rimettere i padri e le madri nel­la condizione di assumersi questo compito: met­tere al mondo i figli come esperienza veramen­te creativa e non come avvenimento seconda­rio. I ragazzi devono essere abituati ad avere sti­ma di se stessi perché altrimenti sono incapaci di reagire al conformismo della droga o della ma­lavita.

La Chiesa invoca la valorizzazione del patri­monio proprio del Sud. Qual è questo patrimo­nio specifico?
La prima risorsa è quella umana, un patrimonio bistrattato. Il Sud ha attitudini specifiche, e non mi riferisco a caratteristiche etniche di cui si par­la al Nord: i giovani del Meridione sono natural­mente aperti, perché siamo terra su cui sono passate tutte le civiltà, per cui abbiamo una vo­cazione all’universale molto più spontanea. Que­sta vocazione va valorizzata, inve­ce di mettere que­sti ragazzi in con­dizione di andare da un’altra parte.

È per modestia che non cita co­me esempio la scuola di alta for­mazione da lei di­retta per far resta­re i giovani lau­reati al Sud?
Sono deluso dal fatto che in Italia non si forma più una classe dirigente. Cominciamo il 14 giu­gno a Catania, con due seminari intensi con do­centi di qualità, a trattare i temi del rapporto tra progresso della scienza e conservazione dell’i­dentità umana. Sono la prima tappa per la co­struzione di un centro di alta formazione per­manente finalizzata alla selezione di giovani che hanno davvero la vocazione per la direzione po­litica, sociale o culturale. Abbiamo bisogno di classe dirigente: è per noi una vera emergenza.

Dunque ha ragione il documento Cei, quando dice che la soluzione non può essere soltanto economicista, ma è culturale?
Alla base di tutto deve esserci un progetto edu­cativo che riabitui le nuove generazioni a vede­re la bellezza. La bellezza è una categoria molto simile al bene. Secondo me, al bene ci si arriva solo attraverso la bellezza. Se la gente non è ca­pace di vedere la bellezza delle cose non è nem­meno capace di fare cose buone.
«Oggi serve un progetto educativo che riabitui i giovani alla bellezza, via indispensabile al bene»

Fonte www.avvenire.it

Perché il Sud da questione diventi laboratorio

Il documento della Cei "Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno" è stato letto da più parti come una forte e chiara presa di posizione nei confronti della criminalità organizzata. In realtà esso è certamente anche questo, ma al tempo stesso molto di più. È la coraggiosa denuncia del sussistere e dell’aggravarsi, per certi aspetti, di una 'questione meridionale' che sembrava da tempo cancellata dall’ordine del giorno dell’opinione pubblica e dei politici e sostituita, nell’attenzione generale, dall’imporsi della 'questione settentrionale'. È la chiara presa di posizione di fronte alle spinte federaliste connesse a quest’ultima. È un’acuta analisi delle radici del ritardo del Mezzogiorno e delle sue risorse. È la proposta di una strategia – innanzi tutto di carattere culturale ed educativo – attraverso cui imboccare risolutamente la via del riscatto. Riprendiamo con ordine, brevemente, queste indicazioni. Della 'questione meridionale' non si parla più, ma essa non è stata risolta, osservano i vescovi. Senza «perdere di vista ciò che di buono è stato fatto in questi anni» (n.13), bisogna riconoscere che i nodi del sottosviluppo del Sud non sono stati sciolti. Anzi, a quelli antichi se ne sono aggiunti in questi ultimi anni di nuovi, ancora più inquietanti. Un’attenzione particolare il documento dedica all’emigrazione, che porta tanti giovani meridionali a trasferirsi al Nord o in altri Paesi. Non sono più, come in passato, poveri braccianti senza altra dotazione che la loro forza­lavoro: «Oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i connotati della società meridionale, privandola delle sue risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze» (n.10). Di fronte a questi fenomeni, è tutto il Paese che deve sentirsi coinvolto. Non per scaricare i meridionali di una responsabilità a cui solo loro possono far fronte, ma per aiutarli in questo impegno da cui dipendono le sorti di tutta la nostra nazione. «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale». Da qui il calibrato giudizio relativo al federalismo: «La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Ciò che serve, sottolineano i vescovi, è un «federalismo solidale», che «rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio», costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a «rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini» (n.8). «Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno non ha solo un carattere economico, ma rimanda inevitabilmente a una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico». È necessario promuovere una «cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità: sono i capisaldi che attendono di essere sostenuti e promossi all’interno di un grande progetto educativo». La convinzione che domina tutto il documento è infatti che «uno sviluppo autentico e integrale ha nell’educazione le sue fondamenta più solide». E proprio in riferimento a questo si sottolinea che, da parte sua, «la Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società». Questo impegno «sollecita un’azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile» (16). In questo modo il Mezzogiorno non sarà più una 'questione', ma «un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto» (n.17).
Dipende da tutti – innanzitutto dai meridionali – che sia così.

Giuseppe Savagnone

Fonte: www.avvenire.it

giovedì 25 febbraio 2010

I timori dei vescovi per la democrazia nell'intero paese

Non solo Mezzogiorno: la preoccupazione lanciata ieri dai vescovi italiani per lo stato della democrazia nel sud d'Italia riguarda «l'intero Paese». Parla a radio Vaticana il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, all'indomani della pubblicazione del documento 'Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno', che ha visto la luce peraltro in un momento molto delicato per la vita politica, visto che manca un mese alle elezioni regionali. Crociata, vescovo del sud (è stato titolare della diocesi di Noto e da un anno e mezzo guida la macchina della Cei), è solitamente prudente, ma quando deve parlare non fa mancare la sua voce, come accaduto la scorsa estate durante la vicenda delle escort.

«Lo sguardo all'intero Paese - ha detto ieri il vescovo - è una preoccupazione di primo piano del documento. Voglio però precisare che intendiamo democrazia in senso lato, cioè nel senso dello sviluppo, della crescita, del cammino del Paese, non in senso riduttivo. A questo proposito voglio dire che non è un caso che i vescovi abbiano voluto metterlo nel titolo: cioè, sono tutti i vescovi italiani che guardano all'intero Paese e nel guardare all'intero Paese devono rilevare - con preoccupazione - il ritardo grave, persistente di una parte di esso. Quindi l'attenzione dei vescovi - ha aggiunto - è intenzionalmente rivolta a questa visione d'insieme, al desiderio che tutto il Paese cresca. Dunque, nemmeno sarebbe legittimo guardare e considerare il Sud come un problema a parte, un problema da isolare, una malattia da tagliare fuori dal circuito».

Il documento sul Mezzogiorno della Cei - presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco - ha avuto una lunga gestazione: la prima bozza fu analizzata in settembre, poi se ne discusse durante l'assembela straordinaria di Assisi in novembre e alla fine è stato approvato.

Crociata ha sottolineato che «la crescita, lo sviluppo, il superamento delle difficoltà non viene soltanto dalla disponibilità di maggiori risorse, vorrei dire anche non soltanto dall'utilizzazione effettiva, più di quanto non si sia fatto, delle risorse economiche e strutturali disponibili, ma dalla crescita di una coscienza civile». A partire dalla formazione delle giovani generazioni.

E di giovani ha parlato anche monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazzara del Vallo: «Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia» ha detto il presule durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del Progetto educativo antimafia 2009/2010, promosso dal Centro Pio La Torre.

Carlo Marroni

Fonte www.ilsole24ore.com

Cei: Sud bloccato da mafia e politica

L'allarme della Cei: il Sud frenato da mafia e politica

CITTÀ DEL VATICANO. Il Sud Italia è strangolato dalla malavita organizzata, ma anche da una classe politica inadeguata, che ne blocca lo sviluppo e impedisce ai giovani di crearsi un futuro nella loro terra, costringendoli a emigrare. E molto duro il documento della Cei sul Mezzogiorno dal titolo iPer un paese solidale, approvato dopo mesi di discussioni all'interno dell'espiscopato italiano, presieduto dal cardinale Angelo Bagnasco. Un documento dove, pur non parlando esplicitamente di scomunica per i mafiosi vengono piantati i paletti entro cui si deve muovere la Chiesa al Sud. «Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie», afferma il documento CEI, dove si ribadisce che i vescovi stigmatizzano le «mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l'economia, deformano il volto autentico del Sud».

La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell'economia e della politica meridionali «diventando il luogo privilegiato ai ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all'esautoramento, dell'autorità dello stato e degli enti pubblici, favorendo l'incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato dellavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanisti- che e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, containinando così l'intero territorio nazionale». Le organizzazioni mafio se hanno sviluppato attività economiche, mantenendo al contempo forme arcaiche ben collaudate e violente di controllo sul territorio e sulla società. E' questo legame tra mafia, politica ed economia, per ivescovi italiani, un vero e proprio «cancro», una delle «piaghe pi profonde e durature» del Sud.

Insomma, secondo i vescovi «non va ignorato, purtroppo! che è aifcora presente una cultura che consente alla criminalitì organizzata di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo stato attraverso l'azione delle forze dell'ordine e della magistratura». Occorre dunque deplorare la «falsa onorabilità e l'omertà diffusa», ma anche «forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza». Quindi «solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi» come accaduto a magistrati, forze dell'ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, «uomini e donne di ogni categoria» e preti. Ma l'economia illegale «non si idéntifica totalmente con il fenomeno màfioso», avverte la Cci, denunciando «diffuse attività illecite ugualmente deleterie», come usura, estorsiofle, evasione fiscale, lavoro nero, sintomi di «una carenza di senso civico che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella dellavitapoliticaeistituzionale». La presenza della mafia nel Mezzogiorno è purtroppo ancora «rilevante, ancora consistente», nonostante gli sforzi per debellarla, ha affermato al Tg2 il segretario generale Cei, Marmo Crociata.

Poi nel documento compare il rinnovo dell'appello ad una nuova leva di politici cattolici e la denuncia delle «inadeguatez ze presenti nelle classi dirigenti». Un capitolo è dedicato al federalismo: «La corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell'occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili. Sul piano nazionale, sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un'attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l'integrazione sociale».

Sì della Chiesa alla riforma federale solo se solidale.
Monsignor Crociata: malavita ancora rilevante nonostante gli sforzi per debellarla;
Mafia e politica. Nel documento sulla chiesa e il Mezzogiorno i vescovi italiani parlano di un Sud sotto scacco di mafia e politica. Da un lato c'è la criminalità che blocca l'economia e limita lo stato; dall'altro ci sono le «classi dirigenti inadeguate» che utilizzano i territori meridionali come serbatoio di voti, frenando per lo sviluppo Crisi economica a PerLa Ceiigiovanie soprattutto le donne del Sud sono i pi penalizzati dall'impatto della crisi economica Federalismo a Il sì della Chiesa è subordinato alfatto che si riveli solidale. Perché «seilfederalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti dIta lia»sarebbe «una sconfitta per tutti» L'allarme della CEI: il Sud frenato da mafia e politica In un documento i vescovi italiani lanciano l'allarme: il Sud è paralizzato da mafia e politica. La CEI accusa le classi dirigenti «inadeguate» del Mezzogiorno di frenare lo sviluppo, I vescovi, La denuncia in un documento: con la crisi mezza Italia rischia di restare fuori, colpa anche dell'inadeguatezza dei governanti.

Carlo Marroni

Fonte Sole 24 Ore, p. 20 in Ministero Economie e Finanze www.rassegnastampa.mef.gov.it