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domenica 12 giugno 2016
Consiglio dei ministri impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap
Rassegna stampa "Emergenza Xylella"
Governo Renzi contro Regione Puglia: Consiglio dei ministri impugna la legge varata per Xylella ma pensata per Tap
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it 10/06/2016
sabato 30 ottobre 2010
Governo: D'Antoni, Dov'era Miccichè in questi due anni e mezzo?
(AGI) - Roma, 30 ott - "Ascoltando le parole di Gianfranco Micciche', viene da chiedersi dove abbia vissuto negli ultimi due anni e mezzo per scoprire solo oggi la politica antimeridionalista e antisicilianista dell'esecutivo Berlusconi, di cui occupa una prestigiosa poltrona. Sarebbe poi interessante sapere come concilia la propria delega al Cipe con l'aver fatto passare tutti, ma proprio tutti i provvedimenti che hanno affossato il Mezzogiorno". Sergio D'Antoni, deputato Pd e vicepresidente della commissione Finanze della Camera, commenta cosi' l'intervento di Micciche' in occasione della assemblea costituente di Forza del Sud. "E' assai improbabile il ruolo di vendicatore del Sud che Micciche' cerca di autoassegnarsi, salvo tornare a firmare ogni decreto che il Carroccio impone a Roma. Non e' con questa operazione di basso marketing e di riposizionamento che riuscira' a lavarsi la coscienza e a nascondere ai meridionali la propria corresponsabilita' di fronte all'azione devastante dell'asse Berlusconi-Bossi-Tremonti. Al di la' del merito sulla miopia e la pericolosita' di una 'Lega Sud', questo tentativo e' oggi sotto gli occhi di tutti" .
Fonte: AGI (www.agi.it/) - 30/10/2010 14:56
Fonte: AGI (www.agi.it/) - 30/10/2010 14:56
Forza del Sud: Miccichè, sarà negazione partiti tradizionali
Palermo, 30 ott. - (Adnkronos) - "Forza del Sud sarà la negazione dei partiti tradizionali, un grande movimento popolare, un partito dei doveri e non della spesa pubblica". A dirlo dal palco del Teatro Politeama a Palermo, è il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianfranco Miccichè, aprendo l'assemblea costituiente del nuovo movimento.
Per Miccichè è necessario creare "un nuovo meridionalismo che sia creativo e non piagnone, perchè ogni meridionalismo che non nasce così crea aspiranti mafiosi. Un meridionalismo - ha aggiunto- che rappresenti tutte le categorie produttive e che rappresenti un Sud che non è sprecone ma produttivo".
Fonte: Adnkronos - 30/10/2010 - 11:43
Per Miccichè è necessario creare "un nuovo meridionalismo che sia creativo e non piagnone, perchè ogni meridionalismo che non nasce così crea aspiranti mafiosi. Un meridionalismo - ha aggiunto- che rappresenti tutte le categorie produttive e che rappresenti un Sud che non è sprecone ma produttivo".
Fonte: Adnkronos - 30/10/2010 - 11:43
mercoledì 17 marzo 2010
Il Sud e la crisi
Commenti
Quei poveri senza più parole per il lavoro e il pane che mancano
Altrove si discute, tra la gente si muore. Anche a Napoli. Si muore per mancanza di lavoro, per mancanza di pane. Salvatore Vivenzio, 59 anni, si è tolto la vita. Ha sempre fatto il meccanico, ma negli ultimi tempi il lavoro scarseggia; l’ultima riparazione – ha confidato a un amico – risale a due settimane fa. Poche ore dopo, a Nocera, nel Salernitano, è un quarantasettenne, in depressione per la perdita del posto di lavoro, a mettere fine ai suoi giorni. A Napoli la mancanza di lavoro è un morbo. Cronico ed endemico.
Non è paragonabile all’influenza stagionale, ma a un cancro che ti si attacca addosso e non conosce cura. Senza lavoro un uomo sente di non essere più uomo. Chiede aiuto, cerca, spera, ma quando l’ultimo amico lo congeda con una pacca sulla spalla, spettri senza nome arrivano senza essere invitati. Questi nostri fratelli, disperati, alla vita hanno detto basta. Ieri sera in parrocchia. Una donna piange. Il marito, alcolista, è andato via di casa, lasciandola sola con sette figli da accudire. Muore di fame. Letteralmente. Una settimana fa le hanno tagliato la corrente elettrica. Piange nella casa che è anche sua, per un uomo che sa che le appartiene. In chiesa è presente un’impiegata dell’ufficio assistenza del Comune. Interpellata, dice che, per mancanza di fondi, il Comune ha sospeso ogni aiuto ai poveri. Sospeso. Termine elegante per dire che i poveri non sono benvenuti. È stata sospesa l’assistenza ai poveri e nessuno sa dire fino a quando. Care, vecchie chiese con le porte sempre aperte. Dove l’umana logica è stravolta e i poveri sanno di somigliare a Dio. Dove se è divino il dare, lo è anche il ricevere.
Dove la mano tesa che chiede aiuto, arricchisce e dona gioia a chi ha il coraggio di aprire il cuore. Care chiese, dove Dio è così vicino all’uomo da farsi egli stesso Pane. Ci sono altre case cui un disoccupato può bussare. Anch’esse con le porte sempre aperte. Si aprono d’incanto appena un uomo bussa e gli danno da mangiare. Riempiono il ventre togliendo dignità. Permettono di vivere, ma senza libertà. Case brutte come prigioni e che in prigione spingono il malcapitato. Si continua a scrivere, anche in questi giorni, di mafia e di camorra. Esperti professori si chiedono perché nel nostro Meridione ha potuto attecchire, come gramigna velenosa, questo assurdo modo di vivere e pensare. Al di là di ogni legittima analisi, occorre onestamente ammettere che, almeno oggi, in certe regioni, stanche e maltrattate, il problema è da collegare alla mancanza delle più elementari forme di sussistenza. Dispiace dirlo, ma non per tutti è vero che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sempre è vero che la bandiera, che amiamo, ci avvolge e ci riscalda tutti come figli prediletti. Prepariamo pure le manifestazioni per l’anniversario dell’Unità d’Italia, ma riconoscendo umilmente che per tanti essa non è madre.
A chi chiede senza trovare aiuto; a chi, per gridare la sua rabbia, rimane solamente una corda da legarsi al collo, la Patria appare distratta, negligente, estranea. Si arriva in ritardo. Si arriva sempre dopo. Si giunge per costatare la morte, poche volte per proporre un rimedio efficace e serio. La corda al collo di Salvatore, il colpo di pistola alla tempia dell’altro sventurato, sono il grido dei poveri che non hanno più parole. Poveri senza voce. Poveri sui cui dorsi hanno arato i ricchi e gli imbroglioni. Ricchi più poveri dei poveri cui hanno rubato il pane. Chiediamo tutti perdono ai poveri. A quelli che bussano alla porta della chiesa; a quelli, ingenui, incoscienti, che stanno per gettarsi nella maledetta trappola di gente che continuiamo a chiamare camorristi; e, soprattutto, a chi, incapace di piangere e sperare, ha smesso per sempre di lottare.
Maurizio Patriciello
Fonte www.avvenire.it
Quei poveri senza più parole per il lavoro e il pane che mancano
Altrove si discute, tra la gente si muore. Anche a Napoli. Si muore per mancanza di lavoro, per mancanza di pane. Salvatore Vivenzio, 59 anni, si è tolto la vita. Ha sempre fatto il meccanico, ma negli ultimi tempi il lavoro scarseggia; l’ultima riparazione – ha confidato a un amico – risale a due settimane fa. Poche ore dopo, a Nocera, nel Salernitano, è un quarantasettenne, in depressione per la perdita del posto di lavoro, a mettere fine ai suoi giorni. A Napoli la mancanza di lavoro è un morbo. Cronico ed endemico.
Non è paragonabile all’influenza stagionale, ma a un cancro che ti si attacca addosso e non conosce cura. Senza lavoro un uomo sente di non essere più uomo. Chiede aiuto, cerca, spera, ma quando l’ultimo amico lo congeda con una pacca sulla spalla, spettri senza nome arrivano senza essere invitati. Questi nostri fratelli, disperati, alla vita hanno detto basta. Ieri sera in parrocchia. Una donna piange. Il marito, alcolista, è andato via di casa, lasciandola sola con sette figli da accudire. Muore di fame. Letteralmente. Una settimana fa le hanno tagliato la corrente elettrica. Piange nella casa che è anche sua, per un uomo che sa che le appartiene. In chiesa è presente un’impiegata dell’ufficio assistenza del Comune. Interpellata, dice che, per mancanza di fondi, il Comune ha sospeso ogni aiuto ai poveri. Sospeso. Termine elegante per dire che i poveri non sono benvenuti. È stata sospesa l’assistenza ai poveri e nessuno sa dire fino a quando. Care, vecchie chiese con le porte sempre aperte. Dove l’umana logica è stravolta e i poveri sanno di somigliare a Dio. Dove se è divino il dare, lo è anche il ricevere.
Dove la mano tesa che chiede aiuto, arricchisce e dona gioia a chi ha il coraggio di aprire il cuore. Care chiese, dove Dio è così vicino all’uomo da farsi egli stesso Pane. Ci sono altre case cui un disoccupato può bussare. Anch’esse con le porte sempre aperte. Si aprono d’incanto appena un uomo bussa e gli danno da mangiare. Riempiono il ventre togliendo dignità. Permettono di vivere, ma senza libertà. Case brutte come prigioni e che in prigione spingono il malcapitato. Si continua a scrivere, anche in questi giorni, di mafia e di camorra. Esperti professori si chiedono perché nel nostro Meridione ha potuto attecchire, come gramigna velenosa, questo assurdo modo di vivere e pensare. Al di là di ogni legittima analisi, occorre onestamente ammettere che, almeno oggi, in certe regioni, stanche e maltrattate, il problema è da collegare alla mancanza delle più elementari forme di sussistenza. Dispiace dirlo, ma non per tutti è vero che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sempre è vero che la bandiera, che amiamo, ci avvolge e ci riscalda tutti come figli prediletti. Prepariamo pure le manifestazioni per l’anniversario dell’Unità d’Italia, ma riconoscendo umilmente che per tanti essa non è madre.
A chi chiede senza trovare aiuto; a chi, per gridare la sua rabbia, rimane solamente una corda da legarsi al collo, la Patria appare distratta, negligente, estranea. Si arriva in ritardo. Si arriva sempre dopo. Si giunge per costatare la morte, poche volte per proporre un rimedio efficace e serio. La corda al collo di Salvatore, il colpo di pistola alla tempia dell’altro sventurato, sono il grido dei poveri che non hanno più parole. Poveri senza voce. Poveri sui cui dorsi hanno arato i ricchi e gli imbroglioni. Ricchi più poveri dei poveri cui hanno rubato il pane. Chiediamo tutti perdono ai poveri. A quelli che bussano alla porta della chiesa; a quelli, ingenui, incoscienti, che stanno per gettarsi nella maledetta trappola di gente che continuiamo a chiamare camorristi; e, soprattutto, a chi, incapace di piangere e sperare, ha smesso per sempre di lottare.
Maurizio Patriciello
Fonte www.avvenire.it
domenica 28 febbraio 2010
«Parte dall’educazione il riscatto del Mezzogiorno»
Intervista a Pietro Barcellona, filosofo del diritto: nel documento dei vescovi italiani la sfida di un itinerario che riconosca le risorse umane e culturali del Sud.
«Qui sono passate tutte le civiltà. Il Sud ha una vocazione all’universale che va valorizzata nei nostri giovani». Parla lo studioso che fu membro laico del Csm e voce autorevole del Pci di Berlinguer
Occorre la presa di coscienza che siamo al fondo del barile. Stiamo rischiando la perdite delle caratteristiche umane di questo Paese.
Perché questa deriva?
C’è sicuramente un fallimento generale della classe dirigente. Ma occorre che ciascuno faccia autocritica. Ecco un fatto che è segno dei tempi: i praticanti oggi in Sicilia sono il 10 per cento rapportato a un 'uso' dei sacramenti, specie del matrimonio, che si colloca al 90 per cento. È uno scarto enorme tra chi crede nella pratica quotidiana e chi invece ne fa una pura esteriorità, magari rituale.
Cosa significa questo?
Che la gente vive nella pura esteriorità. Questa trasformazione antropologica è avvenuta lentamente attraverso il dominio mass mediatico, che non è l’uso strumentale e politico della televisione, ma ciò che quotidianamente viene propinato a chi se la guarda e se la guarda a lungo. Con la definizione 'dominio mass mediatico' mi riferisco anche a quello che c’è in internet, quello che apparentemente è il mondo dell’intrattenimento ma che, invece, è la sostanza quotidiana della comunicazione tra gli uomini che non incontrano più nessuno, che non parlano più con nessuno, ma che seguono triangolazioni in rete. Tutto questo distrugge lo spazio interiore. Questo è una spiegazione della deriva. Come costruire un minimo di eticità, di tipo deontologico, religioso o filosofico, senza questo spazio interiore? Se una persona non è capace di prendere le distanze dal mondo, per poi tornarci con una carica vitale e motivata, se ci sta dentro come in un flusso che rende tutto passivo, come vuole che ci sia reazione?
La Chiesa pone infatti la questione educativa come priorità ineludibile. Per lei da cosa dovrebbe partire?
Un popolo è la sua paidèia, cioè la formazione dei bambini per i greci. Abbiamo avuto una grande
paidèia pagana, quella greca appunto; poi, per secoli, abbiamo avuto quella cristiana che è stato il modo in cui si è costruito la visione dell’essere umano; infine, abbiano avuto una
paidèia laica, dall’illuminismo in poi. Adesso non ne abbiamo nessuna. Se dovessi dire qual è il modello di mondo a cui i ragazzi guardano, non saprei rispondere, perché non c’è nessuna
paidèia.
E dunque come intervenire?
La paidèia comincia dalla nascita dei bambini. Questo Paese non solo non li fa nascere, ma non li ama. È impressionante il rifiuto di impegnarsi nel rapporto educativo con i propri figli. Un progetto culturale deve cominciare nelle famiglie. Dobbiamo rimettere i padri e le madri nella condizione di assumersi questo compito: mettere al mondo i figli come esperienza veramente creativa e non come avvenimento secondario. I ragazzi devono essere abituati ad avere stima di se stessi perché altrimenti sono incapaci di reagire al conformismo della droga o della malavita.
La Chiesa invoca la valorizzazione del patrimonio proprio del Sud. Qual è questo patrimonio specifico?
La prima risorsa è quella umana, un patrimonio bistrattato. Il Sud ha attitudini specifiche, e non mi riferisco a caratteristiche etniche di cui si parla al Nord: i giovani del Meridione sono naturalmente aperti, perché siamo terra su cui sono passate tutte le civiltà, per cui abbiamo una vocazione all’universale molto più spontanea. Questa vocazione va valorizzata, invece di mettere questi ragazzi in condizione di andare da un’altra parte.
È per modestia che non cita come esempio la scuola di alta formazione da lei diretta per far restare i giovani laureati al Sud?
Sono deluso dal fatto che in Italia non si forma più una classe dirigente. Cominciamo il 14 giugno a Catania, con due seminari intensi con docenti di qualità, a trattare i temi del rapporto tra progresso della scienza e conservazione dell’identità umana. Sono la prima tappa per la costruzione di un centro di alta formazione permanente finalizzata alla selezione di giovani che hanno davvero la vocazione per la direzione politica, sociale o culturale. Abbiamo bisogno di classe dirigente: è per noi una vera emergenza.
Dunque ha ragione il documento Cei, quando dice che la soluzione non può essere soltanto economicista, ma è culturale?
Alla base di tutto deve esserci un progetto educativo che riabitui le nuove generazioni a vedere la bellezza. La bellezza è una categoria molto simile al bene. Secondo me, al bene ci si arriva solo attraverso la bellezza. Se la gente non è capace di vedere la bellezza delle cose non è nemmeno capace di fare cose buone.
«Oggi serve un progetto educativo che riabitui i giovani alla bellezza, via indispensabile al bene»
Fonte www.avvenire.it
«Qui sono passate tutte le civiltà. Il Sud ha una vocazione all’universale che va valorizzata nei nostri giovani». Parla lo studioso che fu membro laico del Csm e voce autorevole del Pci di Berlinguer
Occorre la presa di coscienza che siamo al fondo del barile. Stiamo rischiando la perdite delle caratteristiche umane di questo Paese.
Perché questa deriva?
C’è sicuramente un fallimento generale della classe dirigente. Ma occorre che ciascuno faccia autocritica. Ecco un fatto che è segno dei tempi: i praticanti oggi in Sicilia sono il 10 per cento rapportato a un 'uso' dei sacramenti, specie del matrimonio, che si colloca al 90 per cento. È uno scarto enorme tra chi crede nella pratica quotidiana e chi invece ne fa una pura esteriorità, magari rituale.
Cosa significa questo?
Che la gente vive nella pura esteriorità. Questa trasformazione antropologica è avvenuta lentamente attraverso il dominio mass mediatico, che non è l’uso strumentale e politico della televisione, ma ciò che quotidianamente viene propinato a chi se la guarda e se la guarda a lungo. Con la definizione 'dominio mass mediatico' mi riferisco anche a quello che c’è in internet, quello che apparentemente è il mondo dell’intrattenimento ma che, invece, è la sostanza quotidiana della comunicazione tra gli uomini che non incontrano più nessuno, che non parlano più con nessuno, ma che seguono triangolazioni in rete. Tutto questo distrugge lo spazio interiore. Questo è una spiegazione della deriva. Come costruire un minimo di eticità, di tipo deontologico, religioso o filosofico, senza questo spazio interiore? Se una persona non è capace di prendere le distanze dal mondo, per poi tornarci con una carica vitale e motivata, se ci sta dentro come in un flusso che rende tutto passivo, come vuole che ci sia reazione?
La Chiesa pone infatti la questione educativa come priorità ineludibile. Per lei da cosa dovrebbe partire?
Un popolo è la sua paidèia, cioè la formazione dei bambini per i greci. Abbiamo avuto una grande
paidèia pagana, quella greca appunto; poi, per secoli, abbiamo avuto quella cristiana che è stato il modo in cui si è costruito la visione dell’essere umano; infine, abbiano avuto una
paidèia laica, dall’illuminismo in poi. Adesso non ne abbiamo nessuna. Se dovessi dire qual è il modello di mondo a cui i ragazzi guardano, non saprei rispondere, perché non c’è nessuna
paidèia.
E dunque come intervenire?
La paidèia comincia dalla nascita dei bambini. Questo Paese non solo non li fa nascere, ma non li ama. È impressionante il rifiuto di impegnarsi nel rapporto educativo con i propri figli. Un progetto culturale deve cominciare nelle famiglie. Dobbiamo rimettere i padri e le madri nella condizione di assumersi questo compito: mettere al mondo i figli come esperienza veramente creativa e non come avvenimento secondario. I ragazzi devono essere abituati ad avere stima di se stessi perché altrimenti sono incapaci di reagire al conformismo della droga o della malavita.
La Chiesa invoca la valorizzazione del patrimonio proprio del Sud. Qual è questo patrimonio specifico?
La prima risorsa è quella umana, un patrimonio bistrattato. Il Sud ha attitudini specifiche, e non mi riferisco a caratteristiche etniche di cui si parla al Nord: i giovani del Meridione sono naturalmente aperti, perché siamo terra su cui sono passate tutte le civiltà, per cui abbiamo una vocazione all’universale molto più spontanea. Questa vocazione va valorizzata, invece di mettere questi ragazzi in condizione di andare da un’altra parte.
È per modestia che non cita come esempio la scuola di alta formazione da lei diretta per far restare i giovani laureati al Sud?
Sono deluso dal fatto che in Italia non si forma più una classe dirigente. Cominciamo il 14 giugno a Catania, con due seminari intensi con docenti di qualità, a trattare i temi del rapporto tra progresso della scienza e conservazione dell’identità umana. Sono la prima tappa per la costruzione di un centro di alta formazione permanente finalizzata alla selezione di giovani che hanno davvero la vocazione per la direzione politica, sociale o culturale. Abbiamo bisogno di classe dirigente: è per noi una vera emergenza.
Dunque ha ragione il documento Cei, quando dice che la soluzione non può essere soltanto economicista, ma è culturale?
Alla base di tutto deve esserci un progetto educativo che riabitui le nuove generazioni a vedere la bellezza. La bellezza è una categoria molto simile al bene. Secondo me, al bene ci si arriva solo attraverso la bellezza. Se la gente non è capace di vedere la bellezza delle cose non è nemmeno capace di fare cose buone.
«Oggi serve un progetto educativo che riabitui i giovani alla bellezza, via indispensabile al bene»
Fonte www.avvenire.it
Perché il Sud da questione diventi laboratorio
Il documento della Cei "Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno" è stato letto da più parti come una forte e chiara presa di posizione nei confronti della criminalità organizzata. In realtà esso è certamente anche questo, ma al tempo stesso molto di più. È la coraggiosa denuncia del sussistere e dell’aggravarsi, per certi aspetti, di una 'questione meridionale' che sembrava da tempo cancellata dall’ordine del giorno dell’opinione pubblica e dei politici e sostituita, nell’attenzione generale, dall’imporsi della 'questione settentrionale'. È la chiara presa di posizione di fronte alle spinte federaliste connesse a quest’ultima. È un’acuta analisi delle radici del ritardo del Mezzogiorno e delle sue risorse. È la proposta di una strategia – innanzi tutto di carattere culturale ed educativo – attraverso cui imboccare risolutamente la via del riscatto. Riprendiamo con ordine, brevemente, queste indicazioni. Della 'questione meridionale' non si parla più, ma essa non è stata risolta, osservano i vescovi. Senza «perdere di vista ciò che di buono è stato fatto in questi anni» (n.13), bisogna riconoscere che i nodi del sottosviluppo del Sud non sono stati sciolti. Anzi, a quelli antichi se ne sono aggiunti in questi ultimi anni di nuovi, ancora più inquietanti. Un’attenzione particolare il documento dedica all’emigrazione, che porta tanti giovani meridionali a trasferirsi al Nord o in altri Paesi. Non sono più, come in passato, poveri braccianti senza altra dotazione che la loro forzalavoro: «Oggi sono anzitutto figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale categoria dei nuovi emigranti. Questo cambia i connotati della società meridionale, privandola delle sue risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze» (n.10). Di fronte a questi fenomeni, è tutto il Paese che deve sentirsi coinvolto. Non per scaricare i meridionali di una responsabilità a cui solo loro possono far fronte, ma per aiutarli in questo impegno da cui dipendono le sorti di tutta la nostra nazione. «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale». Da qui il calibrato giudizio relativo al federalismo: «La prospettiva di riarticolare l’assetto del Paese in senso federale costituirebbe una sconfitta per tutti, se il federalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti d’Italia». Ciò che serve, sottolineano i vescovi, è un «federalismo solidale», che «rappresenterebbe una sfida per il Mezzogiorno e potrebbe risolversi a suo vantaggio», costringendo in qualche modo gli amministratori meridionali a «rendersi direttamente responsabili della qualità dei servizi erogati ai cittadini» (n.8). «Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno non ha solo un carattere economico, ma rimanda inevitabilmente a una dimensione più profonda, che è di carattere etico, culturale e antropologico». È necessario promuovere una «cultura del bene comune, della cittadinanza, del diritto, della buona amministrazione e della sana impresa nel rifiuto dell’illegalità: sono i capisaldi che attendono di essere sostenuti e promossi all’interno di un grande progetto educativo». La convinzione che domina tutto il documento è infatti che «uno sviluppo autentico e integrale ha nell’educazione le sue fondamenta più solide». E proprio in riferimento a questo si sottolinea che, da parte sua, «la Chiesa deve alimentare costantemente le risorse umane e spirituali da investire in tale cultura per promuovere il ruolo attivo dei credenti nella società». Questo impegno «sollecita un’azione pastorale che miri a cancellare la divaricazione tra pratica religiosa e vita civile» (16). In questo modo il Mezzogiorno non sarà più una 'questione', ma «un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto» (n.17).
Dipende da tutti – innanzitutto dai meridionali – che sia così.
Giuseppe Savagnone
Fonte: www.avvenire.it
Dipende da tutti – innanzitutto dai meridionali – che sia così.
Giuseppe Savagnone
Fonte: www.avvenire.it
giovedì 25 febbraio 2010
I timori dei vescovi per la democrazia nell'intero paese
Non solo Mezzogiorno: la preoccupazione lanciata ieri dai vescovi italiani per lo stato della democrazia nel sud d'Italia riguarda «l'intero Paese». Parla a radio Vaticana il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, all'indomani della pubblicazione del documento 'Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno', che ha visto la luce peraltro in un momento molto delicato per la vita politica, visto che manca un mese alle elezioni regionali. Crociata, vescovo del sud (è stato titolare della diocesi di Noto e da un anno e mezzo guida la macchina della Cei), è solitamente prudente, ma quando deve parlare non fa mancare la sua voce, come accaduto la scorsa estate durante la vicenda delle escort.
«Lo sguardo all'intero Paese - ha detto ieri il vescovo - è una preoccupazione di primo piano del documento. Voglio però precisare che intendiamo democrazia in senso lato, cioè nel senso dello sviluppo, della crescita, del cammino del Paese, non in senso riduttivo. A questo proposito voglio dire che non è un caso che i vescovi abbiano voluto metterlo nel titolo: cioè, sono tutti i vescovi italiani che guardano all'intero Paese e nel guardare all'intero Paese devono rilevare - con preoccupazione - il ritardo grave, persistente di una parte di esso. Quindi l'attenzione dei vescovi - ha aggiunto - è intenzionalmente rivolta a questa visione d'insieme, al desiderio che tutto il Paese cresca. Dunque, nemmeno sarebbe legittimo guardare e considerare il Sud come un problema a parte, un problema da isolare, una malattia da tagliare fuori dal circuito».
Il documento sul Mezzogiorno della Cei - presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco - ha avuto una lunga gestazione: la prima bozza fu analizzata in settembre, poi se ne discusse durante l'assembela straordinaria di Assisi in novembre e alla fine è stato approvato.
Crociata ha sottolineato che «la crescita, lo sviluppo, il superamento delle difficoltà non viene soltanto dalla disponibilità di maggiori risorse, vorrei dire anche non soltanto dall'utilizzazione effettiva, più di quanto non si sia fatto, delle risorse economiche e strutturali disponibili, ma dalla crescita di una coscienza civile». A partire dalla formazione delle giovani generazioni.
E di giovani ha parlato anche monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazzara del Vallo: «Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia» ha detto il presule durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del Progetto educativo antimafia 2009/2010, promosso dal Centro Pio La Torre.
Carlo Marroni
Fonte www.ilsole24ore.com
«Lo sguardo all'intero Paese - ha detto ieri il vescovo - è una preoccupazione di primo piano del documento. Voglio però precisare che intendiamo democrazia in senso lato, cioè nel senso dello sviluppo, della crescita, del cammino del Paese, non in senso riduttivo. A questo proposito voglio dire che non è un caso che i vescovi abbiano voluto metterlo nel titolo: cioè, sono tutti i vescovi italiani che guardano all'intero Paese e nel guardare all'intero Paese devono rilevare - con preoccupazione - il ritardo grave, persistente di una parte di esso. Quindi l'attenzione dei vescovi - ha aggiunto - è intenzionalmente rivolta a questa visione d'insieme, al desiderio che tutto il Paese cresca. Dunque, nemmeno sarebbe legittimo guardare e considerare il Sud come un problema a parte, un problema da isolare, una malattia da tagliare fuori dal circuito».
Il documento sul Mezzogiorno della Cei - presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco - ha avuto una lunga gestazione: la prima bozza fu analizzata in settembre, poi se ne discusse durante l'assembela straordinaria di Assisi in novembre e alla fine è stato approvato.
Crociata ha sottolineato che «la crescita, lo sviluppo, il superamento delle difficoltà non viene soltanto dalla disponibilità di maggiori risorse, vorrei dire anche non soltanto dall'utilizzazione effettiva, più di quanto non si sia fatto, delle risorse economiche e strutturali disponibili, ma dalla crescita di una coscienza civile». A partire dalla formazione delle giovani generazioni.
E di giovani ha parlato anche monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazzara del Vallo: «Il ruolo della chiesa nella lotta alla mafia deve essere educativo. I giovani siano consapevoli che bisogna andare avanti con le proprie forze e le proprie competenze, senza raccomandazioni o collusioni con la mafia» ha detto il presule durante il quarto incontro del ciclo di conferenze del Progetto educativo antimafia 2009/2010, promosso dal Centro Pio La Torre.
Carlo Marroni
Fonte www.ilsole24ore.com
Cei: Sud bloccato da mafia e politica
L'allarme della Cei: il Sud frenato da mafia e politica
CITTÀ DEL VATICANO. Il Sud Italia è strangolato dalla malavita organizzata, ma anche da una classe politica inadeguata, che ne blocca lo sviluppo e impedisce ai giovani di crearsi un futuro nella loro terra, costringendoli a emigrare. E molto duro il documento della Cei sul Mezzogiorno dal titolo iPer un paese solidale, approvato dopo mesi di discussioni all'interno dell'espiscopato italiano, presieduto dal cardinale Angelo Bagnasco. Un documento dove, pur non parlando esplicitamente di scomunica per i mafiosi vengono piantati i paletti entro cui si deve muovere la Chiesa al Sud. «Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie», afferma il documento CEI, dove si ribadisce che i vescovi stigmatizzano le «mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l'economia, deformano il volto autentico del Sud».
La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell'economia e della politica meridionali «diventando il luogo privilegiato ai ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all'esautoramento, dell'autorità dello stato e degli enti pubblici, favorendo l'incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato dellavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanisti- che e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, containinando così l'intero territorio nazionale». Le organizzazioni mafio se hanno sviluppato attività economiche, mantenendo al contempo forme arcaiche ben collaudate e violente di controllo sul territorio e sulla società. E' questo legame tra mafia, politica ed economia, per ivescovi italiani, un vero e proprio «cancro», una delle «piaghe pi profonde e durature» del Sud.
Insomma, secondo i vescovi «non va ignorato, purtroppo! che è aifcora presente una cultura che consente alla criminalitì organizzata di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo stato attraverso l'azione delle forze dell'ordine e della magistratura». Occorre dunque deplorare la «falsa onorabilità e l'omertà diffusa», ma anche «forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza». Quindi «solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi» come accaduto a magistrati, forze dell'ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, «uomini e donne di ogni categoria» e preti. Ma l'economia illegale «non si idéntifica totalmente con il fenomeno màfioso», avverte la Cci, denunciando «diffuse attività illecite ugualmente deleterie», come usura, estorsiofle, evasione fiscale, lavoro nero, sintomi di «una carenza di senso civico che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella dellavitapoliticaeistituzionale». La presenza della mafia nel Mezzogiorno è purtroppo ancora «rilevante, ancora consistente», nonostante gli sforzi per debellarla, ha affermato al Tg2 il segretario generale Cei, Marmo Crociata.
Poi nel documento compare il rinnovo dell'appello ad una nuova leva di politici cattolici e la denuncia delle «inadeguatez ze presenti nelle classi dirigenti». Un capitolo è dedicato al federalismo: «La corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell'occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili. Sul piano nazionale, sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un'attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l'integrazione sociale».
Sì della Chiesa alla riforma federale solo se solidale.
Monsignor Crociata: malavita ancora rilevante nonostante gli sforzi per debellarla;
Mafia e politica. Nel documento sulla chiesa e il Mezzogiorno i vescovi italiani parlano di un Sud sotto scacco di mafia e politica. Da un lato c'è la criminalità che blocca l'economia e limita lo stato; dall'altro ci sono le «classi dirigenti inadeguate» che utilizzano i territori meridionali come serbatoio di voti, frenando per lo sviluppo Crisi economica a PerLa Ceiigiovanie soprattutto le donne del Sud sono i pi penalizzati dall'impatto della crisi economica Federalismo a Il sì della Chiesa è subordinato alfatto che si riveli solidale. Perché «seilfederalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti dIta lia»sarebbe «una sconfitta per tutti» L'allarme della CEI: il Sud frenato da mafia e politica In un documento i vescovi italiani lanciano l'allarme: il Sud è paralizzato da mafia e politica. La CEI accusa le classi dirigenti «inadeguate» del Mezzogiorno di frenare lo sviluppo, I vescovi, La denuncia in un documento: con la crisi mezza Italia rischia di restare fuori, colpa anche dell'inadeguatezza dei governanti.
Carlo Marroni
Fonte Sole 24 Ore, p. 20 in Ministero Economie e Finanze www.rassegnastampa.mef.gov.it
CITTÀ DEL VATICANO. Il Sud Italia è strangolato dalla malavita organizzata, ma anche da una classe politica inadeguata, che ne blocca lo sviluppo e impedisce ai giovani di crearsi un futuro nella loro terra, costringendoli a emigrare. E molto duro il documento della Cei sul Mezzogiorno dal titolo iPer un paese solidale, approvato dopo mesi di discussioni all'interno dell'espiscopato italiano, presieduto dal cardinale Angelo Bagnasco. Un documento dove, pur non parlando esplicitamente di scomunica per i mafiosi vengono piantati i paletti entro cui si deve muovere la Chiesa al Sud. «Non è possibile mobilitare il Mezzogiorno senza che esso si liberi da quelle catene che non gli permettono di sprigionare le proprie energie», afferma il documento CEI, dove si ribadisce che i vescovi stigmatizzano le «mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l'economia, deformano il volto autentico del Sud».
La criminalità organizzata non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell'economia e della politica meridionali «diventando il luogo privilegiato ai ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del paese, perché il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all'esautoramento, dell'autorità dello stato e degli enti pubblici, favorendo l'incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato dellavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanisti- che e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, containinando così l'intero territorio nazionale». Le organizzazioni mafio se hanno sviluppato attività economiche, mantenendo al contempo forme arcaiche ben collaudate e violente di controllo sul territorio e sulla società. E' questo legame tra mafia, politica ed economia, per ivescovi italiani, un vero e proprio «cancro», una delle «piaghe pi profonde e durature» del Sud.
Insomma, secondo i vescovi «non va ignorato, purtroppo! che è aifcora presente una cultura che consente alla criminalitì organizzata di rigenerarsi anche dopo le sconfitte inflitte dallo stato attraverso l'azione delle forze dell'ordine e della magistratura». Occorre dunque deplorare la «falsa onorabilità e l'omertà diffusa», ma anche «forme di particolarismo familistico, di fatalismo e di violenza». Quindi «solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi» come accaduto a magistrati, forze dell'ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, «uomini e donne di ogni categoria» e preti. Ma l'economia illegale «non si idéntifica totalmente con il fenomeno màfioso», avverte la Cci, denunciando «diffuse attività illecite ugualmente deleterie», come usura, estorsiofle, evasione fiscale, lavoro nero, sintomi di «una carenza di senso civico che compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella dellavitapoliticaeistituzionale». La presenza della mafia nel Mezzogiorno è purtroppo ancora «rilevante, ancora consistente», nonostante gli sforzi per debellarla, ha affermato al Tg2 il segretario generale Cei, Marmo Crociata.
Poi nel documento compare il rinnovo dell'appello ad una nuova leva di politici cattolici e la denuncia delle «inadeguatez ze presenti nelle classi dirigenti». Un capitolo è dedicato al federalismo: «La corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario nel livello dei redditi, nell'occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili. Sul piano nazionale, sarà necessario un sistema integrato di investimenti pubblici e privati, con un'attenzione verso le infrastrutture, la lotta alla criminalità e l'integrazione sociale».
Sì della Chiesa alla riforma federale solo se solidale.
Monsignor Crociata: malavita ancora rilevante nonostante gli sforzi per debellarla;
Mafia e politica. Nel documento sulla chiesa e il Mezzogiorno i vescovi italiani parlano di un Sud sotto scacco di mafia e politica. Da un lato c'è la criminalità che blocca l'economia e limita lo stato; dall'altro ci sono le «classi dirigenti inadeguate» che utilizzano i territori meridionali come serbatoio di voti, frenando per lo sviluppo Crisi economica a PerLa Ceiigiovanie soprattutto le donne del Sud sono i pi penalizzati dall'impatto della crisi economica Federalismo a Il sì della Chiesa è subordinato alfatto che si riveli solidale. Perché «seilfederalismo accentuasse la distanza tra le diverse parti dIta lia»sarebbe «una sconfitta per tutti» L'allarme della CEI: il Sud frenato da mafia e politica In un documento i vescovi italiani lanciano l'allarme: il Sud è paralizzato da mafia e politica. La CEI accusa le classi dirigenti «inadeguate» del Mezzogiorno di frenare lo sviluppo, I vescovi, La denuncia in un documento: con la crisi mezza Italia rischia di restare fuori, colpa anche dell'inadeguatezza dei governanti.
Carlo Marroni
Fonte Sole 24 Ore, p. 20 in Ministero Economie e Finanze www.rassegnastampa.mef.gov.it
domenica 10 gennaio 2010
Meno stato più capitalismo, ecco la cura per le infinite miserie del sud
Le condizioni disumane in cui vivono gli immigrati nella piana di Gioia Tauro fanno torcere le budella a chiunque, e chiunque è intitolato a protestare. Figuriamoci loro, gli immigrati. In un certo senso, sono solidale con le loro spranghe più di quanto apprezzi, compito non difficile per una persona umana, i generici appelli alla pacificazione degli animi, alla fine delle violenze, ad abbassare i toni.
Però, sveglia! Mi volete spiegare come mai nell’eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all’altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l’ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell’economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
La libidinosa voglia di ergersi a favore dei deboli, in una gloriosa spirale retorica in cui è dannato il razzismo inconscio degli italiani, incentiva la paura sociale, l’emarginazione degli ultimi, l’egemonia del più forte nel controllo del territorio, compresa la criminalità organizzata, e sfocia regolarmente nel dramma di società, da Castelvolturno a Rosarno; invece il cinismo politicamente scorretto dell’imprenditoria nordista diffusa, dell’investimento a scopo di profitto da salvaguardare costi quel che costi, della tutela del rapporto di compatibilità tra immigrazione e recettività del mercato del lavoro, delle varie ideologie securitarie, ecco la soluzione pratica che organizza, integra, pacifica e funziona paradossalmente come motore di civiltà e traino economico, divisione della ricchezza e solidarietà efficiente.
Infine: come è possibile che in parte del nostro Mezzogiorno ci sia gente immigrata costretta a vivere come topi, in condizioni di lavoro arcaiche e paraschiaviste, mentre i nativi, cioè noi e i nostri fratelli e sorelle italiani, se la cavano con il lamento eterno della disoccupazione e con il lavoro nero fluente, affluente e parecchio connesso al dominio criminale sul territorio? Non sono leghista né qualunquista, ma non capisco come possa essere condannato il ministro dell’Interno per aver detto l’ovvio: anni di incompetente e retorica lassitudine hanno lasciato che crescesse il fenomeno della immigrazione irregolare, che secondo tutte le testimonianze, compreso don Ciotti, è l’ordito in cui si intrama la ruvida rete del governo criminale della Calabria, della Campania e di altri pezzi del sud italiano.
Se invece di fare polemiche ideologiche belluine cominciassimo ad ammettere le cose semplici? Per esempio che non è l’assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell’assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della ‘ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.
Giuliano Ferrara
Fonte www.ilfoglio.it
Però, sveglia! Mi volete spiegare come mai nell’eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all’altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l’ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell’economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
La libidinosa voglia di ergersi a favore dei deboli, in una gloriosa spirale retorica in cui è dannato il razzismo inconscio degli italiani, incentiva la paura sociale, l’emarginazione degli ultimi, l’egemonia del più forte nel controllo del territorio, compresa la criminalità organizzata, e sfocia regolarmente nel dramma di società, da Castelvolturno a Rosarno; invece il cinismo politicamente scorretto dell’imprenditoria nordista diffusa, dell’investimento a scopo di profitto da salvaguardare costi quel che costi, della tutela del rapporto di compatibilità tra immigrazione e recettività del mercato del lavoro, delle varie ideologie securitarie, ecco la soluzione pratica che organizza, integra, pacifica e funziona paradossalmente come motore di civiltà e traino economico, divisione della ricchezza e solidarietà efficiente.
Infine: come è possibile che in parte del nostro Mezzogiorno ci sia gente immigrata costretta a vivere come topi, in condizioni di lavoro arcaiche e paraschiaviste, mentre i nativi, cioè noi e i nostri fratelli e sorelle italiani, se la cavano con il lamento eterno della disoccupazione e con il lavoro nero fluente, affluente e parecchio connesso al dominio criminale sul territorio? Non sono leghista né qualunquista, ma non capisco come possa essere condannato il ministro dell’Interno per aver detto l’ovvio: anni di incompetente e retorica lassitudine hanno lasciato che crescesse il fenomeno della immigrazione irregolare, che secondo tutte le testimonianze, compreso don Ciotti, è l’ordito in cui si intrama la ruvida rete del governo criminale della Calabria, della Campania e di altri pezzi del sud italiano.
Se invece di fare polemiche ideologiche belluine cominciassimo ad ammettere le cose semplici? Per esempio che non è l’assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell’assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della ‘ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.
Giuliano Ferrara
Fonte www.ilfoglio.it
venerdì 17 luglio 2009
Rapporto Svimez: Mezzogiorno Cenerentola d'Europa - 700mila emigranti tra il 1997 e il 2008
Il Mezzogiorno italiano e' la Cenerentola d'Europa: il Rapporto Svimez 2009 confronta le "dinamiche economiche degli altri paesi europei". Secondo il Rapporto, "in dieci anni, dal 1995 al 2005, le regioni meridionali sono sprofondate nella classifica europea, situandosi in posizione comprese tra 165 e 200 su un totale di 208. Un processo in decisa controtendenza con le altre aree deboli Ue, che sono cresciute mediamente del 3% annuo dal 1999 al 2005, mentre il Sud si e' fermato a +0,3%".

MEZZOGIORNO, 700 MILA EMIGRANTI TRA IL 1997 E IL 2008 - "L'Italia continua a presentarsi come un Paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un Centro-Nord che attira e smista flussi al suo interno, corrisponde un Sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni. I posti di lavoro del Mezzogiorno sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed e' la carenza di domanda di figure Professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all'emigrazione".
E' quanto emerge dal Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 2009 dello Svimez. Secondo i dati diffusi stamani "tra il 1997 e il 2008 circa 700mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Nel 2008 il Mezzogiorno ha perso oltre 122mila residenti a favore delle regioni del Centro-Nord a fronte di un rientro di circa 60 mila persone. Riguardo alla provenienza, oltre l'87% delle partenze ha origine in tre regioni: Campania, Puglia, Sicilia. L'emorragia piu' forte in Campania (-25 mila), a seguire Puglia e Sicilia rispettivamente con 12,2 mila e 11,6 mila unita' in meno".
Dal rapporto dello Svimez emerge inoltre che "la crisi ha colpito anche i pendolari meridionali. Se infatti il movimento Sud-Nord e' cresciuto nei primi sei mesi del 2008, con l'aggravarsi del quadro economico 20 mila persone sono rientrate al Sud, soprattutto donne. Rispetto ai primi anni 2000 sono cresciuti i giovani meridionali trasferiti al Centro-Nord dopo il diploma che si sono laureati li' e li' lavorano, mentre sono calati i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro. In vistosa crescita le partenze dei laureati 'eccellenti': nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni piu' tardi la percentuale e' balzata a quasi il 38%".
CRESCITA DEL SUD DA 7 ANNI PIU' BASSA DI CENTRONORD - "Investimenti che rallentano, famiglie che non consumano": sono le due cause principali della crisi al Sud secondo il Rapporto Svimez.
Le famiglie "hanno ridotto al Sud la spesa dell'1,4% contro il calo dello 0,9% del Centro-Nord. Mentre gli investimenti sono scesi del 2,1% annuo dal 2001 al 2008, tre volte tanto rispetto al Centro-Nord (-0,6%), anche a seguito della riduzione o abolizione di alcune agevolazioni (credito d'imposta, legge 488)".
Il risultato e' "un Mezzogiorno in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del Centro-Nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi. Un'area periferica da cui si continua a emigrare, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realta' economiche eccellenti ma non si trasformano in sistema ne' si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri".
Nel 2008 il Sud e' calato dell'1,1%, "con una minima percentuale di differenza rispetto al Centro-Nord (-1%). Il Pil per abitante e' pari a 17.971 euro, il 59% del Centro-Nord (30.681 euro), con una riduzione del divario di oltre 2 punti percentuali dal 2000 che pero' e' dovuta solo alla riduzione relativa della popolazione. Un altro indicatore rende l'idea della situazione stagnante: nel 1951 nel Mezzogiorno veniva prodotto il 23,9% del Pil nazionale. Sessant'anni dopo, nel 2008, la quota e' rimasta sostanzialmente immutata (23,8%). Dal 1951 al 2008 il Sud e' cresciuto circa agli stessi ritmi del Centro-Nord, ma non e' riuscito e non riesce a recuperare il gap di sviluppo".
Secondo il Rapporto, "a livello regionale la Campania mostra una diminuzione del Pil particolarmente elevata (-2,8%), mentre le altre regioni meridionali presentano perdite piu' contenute. Meno colpita dalla crisi la Puglia (-0,2%)". Per quanto riguarda i settori, "l'agricoltura meridionale ha tenuto molto piu' di industria e servizi e ha invertito il trend negativo iniziato nel 2005. In particolare, molto positiva e' stata la performance della Basilicata, con una crescita del Pil nel 2008 rispetto al 2007 di ben il 24%. A fare le spese maggiori della crisi l'industria, con un calo del Pil nel 2008 del 3,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo di oltre il 6%. A tirare giu' l'industria meridionale soprattutto macchine e mezzi di trasporto (-10,5%), settore dei metalli e chimico-farmaceutico (-7,1%). In controtendenza invece il settore energetico. Perdita piu' contenuta nel settore dei servizi, dove, dopo quattro anni di forte crescita, nel 2008 il Pil e' sceso dello 0,3%, con un calo quasi del 3% nel comparto commercio.
LAUREATI VIA DAL SUD, IN TRE ANNI DAL 25% AL 38% - Impennata delle partenze dei migliori laureati del Sud: "nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tre anni piu' tardi la percentuale e' balzata a quasi il 38%", rileva Svimez nel Rapporto sul'Economia del Mezzogiorno 2009.
Rispetto ai primi anni 2000 sono "cresciuti i giovani meridionali trasferiti al Centro-Nord dopo il diploma che si sono laureati li' e li' lavorano, mentre sono calati i laureati negli atenei meridionali in partenza dopo la laurea in cerca di lavoro".
Nel 2008 sono stati 173.000 gli occupati residenti nel Mezzogiorno ma con un posto di lavoro al Centro-Nord o all'estero, 23 mila in piu' del 2007 (+15,3%). Sono i pendolari di lungo raggio, cittadini a termine che rientrano a casa nel week end o un paio di volte al mese". E a lasciare il Mezzogiorno sono giovani e con mansioni importanti: "L'80% ha meno di 45 anni e quasi il 50% svolge professioni di livello elevato".
Fonte www.clandestinoweb.com
giovedì 15 gennaio 2009
Napolitano bacchetta i politici per la gestione del Mezzogiorno
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alza ancora una volta la voce sul governo, sull'amministrazione del nostro Mezzogiorno, chiedendo di abbandonare "la stanca gestione dell'esistente in seno alle nostre regioni meridionali".
Il Capo dello Stato interviene ad Arcavacata di Rende, in provincia di Cosenza, all'Università della Calabria ad una cerimonia in ricordo di Beniamino Andreatta e sollecita a ritrovare la "passione" dell'ex ministro della Difesa, "la passione di un uomo del Nord per il Mezzogiorno" che "veniva portata avanti con il sentimento di un dovere nazionale".
Una tradizione questa, spiega Napolitano, che "vide via via illuminati uomini del Nord impegnati in prima persona nei primi anni del secolo per la rinascita del Mezzogiorno".
Ebbene, auspica il Capo dello Stato, se "quella tradizione riprendesse vigore sarebbe una risposta a deleterie contrapposizioni fra Nord e Sud, alle vecchie e nuove sordità verso le esigenze del Mezzogiorno".
Sarebbe, aggiunge duro Napolitano, "una risposta eloquente a ogni forma di scoramento, di inerzia e di stanca gestione dell'esistente in seno alle nostre stesse regioni meridionali". (Asca)
Fonte www.clandestinoweb.com
Il Capo dello Stato interviene ad Arcavacata di Rende, in provincia di Cosenza, all'Università della Calabria ad una cerimonia in ricordo di Beniamino Andreatta e sollecita a ritrovare la "passione" dell'ex ministro della Difesa, "la passione di un uomo del Nord per il Mezzogiorno" che "veniva portata avanti con il sentimento di un dovere nazionale".
Una tradizione questa, spiega Napolitano, che "vide via via illuminati uomini del Nord impegnati in prima persona nei primi anni del secolo per la rinascita del Mezzogiorno".
Ebbene, auspica il Capo dello Stato, se "quella tradizione riprendesse vigore sarebbe una risposta a deleterie contrapposizioni fra Nord e Sud, alle vecchie e nuove sordità verso le esigenze del Mezzogiorno".
Sarebbe, aggiunge duro Napolitano, "una risposta eloquente a ogni forma di scoramento, di inerzia e di stanca gestione dell'esistente in seno alle nostre stesse regioni meridionali". (Asca)
Fonte www.clandestinoweb.com
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